martedì, 08 aprile 2008

McCreevy, il tariffario e Superciuk


Sul “Sole” di sabato scorso è stato pubblicato un articolo in cui si racconta di un certo sig. McCreevy, commissario UE.

Mr. McCreevy si sta muovendo per aprire una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia, rea, a suo dire, di avere delle tariffe forensi prevedenti dei massimi di tariffa.

Se, dice McCreevy, la previsione di un massimo potrebbe essere comprensibile nel campo della difesa dei diritti fondamentali della persona fisica (come, ad esempio, in penale o in diritto familiare), “la normativa italiana non permette di remunerare adeguatamente, in sede di giudizio, i costi sostenuti da un avvocato straniero. Il professionista di un altro Paese europeo, anche se preferito dal cliente italiano, non può infatti applicare tariffe superiori a quelle massime nazionali, nemmeno per tenere conto delle spese di viaggio e traduzione. Né può contare su un'adeguata liquidazione da parte del giudice, quando agisca in tandem con un avvocato italiano, esercitando una prestazione temporanea.

Non va poi dimenticato che il tariffario italiano fissa tetti per tipo di prestazione e mette perciò in difficoltà quegli studi legali stranieri che in genere fatturano ai clienti un onorario in base alle ore di lavoro degli avvocati impegnati, a prescindere dal genere di attività svolta.

Iniziamo a sgombrare il campo dalle balle.

E’ semplicemente falso che sia fatto divieto di pattuire il compenso dovuto ad un legale in misura superiore al massimo di tariffa. Non lo è mai stato. La particolarità ante Bersani era data dal fatto che l’accordo sul compenso al di sotto dei limiti era parzialmente invalido con sostituzione automatica con il minimo regolamentare; per capirsi, un meccanismo simile a quello delle paghe, per cui non si può andar sotto (più o meno) alla paga sindacale, ma si è liberissimi di pagare il proprio portiere 10.000 euro al mese.

E’ falso che i rimborsi spesa siano compresi negli onorari e diritti: l’avvocato ha il diritto al rimborso delle spese di viaggio e di alloggio, per di più maggiorate del 10% per spese accessorie (mance, caffè, e così via).

Lo stesso vale per le spese di traduzione.

E’ falso che dire che se due avvocati vengono investiti di una difesa collegiale ogni avvocato non abbia diritto all’integrale pagamento di quanto da lui fatto.

Sicché, prima domanda: ma questo, il tariffario e il D,M, 127/2004  se lo è letto o parla per sentito dire? Parla per sentito dire, come buona parte dei politici.

Ma la vera questione è un’altra ed è quella della ripetibilità delle spese di lite.

Chi perde una causa deve rimborsare al vincitore le spese che questi ha sostenuto per la sua difesa.

Tuttavia, esiste un limite dato, all’ingrosso, dalla utilità o meno della spesa. Ad esempio, in civile, uno è liberissimo di farsi assistere anche da un battaglione di avvocati: tuttavia, il giudice potrà liquidare solo le spese relative ad un avvocato, dacché è ingiusto che il vezzo del vincitore di munirsi di una difesa esorbitante si ripercuota sul perdente.

Piuttosto intuitivamente, è del tutto iniquo che una parte addossi all’altra costi determinati esclusivamente da se stessa: il soccombente deve rifondere i costi da lui provocati al vincitore (vale a dire i costi di dover pagarsi un avvocato per far valere il suo diritto), non i costi che il vincitore, per suo capriccio ha deciso di sostenere.

Sicché, è giusto e sacrosanto che il giudice nel determinare le spese di soccombenza lo possa fare solo entro un intervallo prestabilito a priori e non determinato arbitrariamente dal vincitore.

In tutto ciò, infine, vi è un esaltante ritorno dello spirito di Superciuk (quello che rubava ai poveri per donare ai ricchi).

Tizio vuole rivolgersi al carissimo avvocato John Squeezelaw, barrister in London.

John accetta l’incarico, si fa versare un 50000 eurozzi di acconto, vince la causa e conclude, tra onorari, trasferte, domiciliatario italiano, spese di escort a Milano, con un’ulteriore fattura di altri  100000 euri.

La causa valeva, supponiamo, 1.250.000 euro. Il giudice liquida 25000 euro di spese. Tizio è contento, ma gli brucia il fatto che un decimo del capitale si sia fumato in parcelle.  Ciò determina un possibile ripensamento: forse andare dal mega barrister di Londra non è così necessario…. magari l’avvocato italiano mi faceva lo stesso lavoro per molto meno… e il povero Barrister perde un cliente.

Ohimé e ohilui. La UE e MCCreevy deve intervenire in suo soccorso: non sia mai che un ricco possa perdere qualche soldo.

Un dubbio: ma perché ‘sti studi di elefanti, che hanno costi fissi mostruosi, che piazzano parcelle assurde e che cioè sono dei pessimi attori economici, dovrebbero meritar tutela?

Per chi volesse leggersi l'articolo, può andare sul sito del Sole24h:

www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2008/04/ue-cerchio-tariffe-forensi.shtml

 

 

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lunedì, 02 ottobre 2006
O il TFR o la vita

Io sono cretino, è cosa notoria.
Pertanto, imploro che qualcuno mi spieghi perché sarebbe così bello fregare una parte del TFR alla gente per destinarlo a usi più o meno fantasiosi.
Diceva Pera (Giuseppe, il lavorista, non Marcello di cui non me ne importa  niente) che non si capisce perché il lavoratore dovrebbe ricevere una parte della retribuzione a fine rapporto, quando è vecchio e rincitrullito, molto più utile essendo un'indennità di giovinezza da destinare ad allegri scopi.
Il TFR è, indubbiamente, una incrostazione sopravvissuta per forza d'inerzia alla vecchia indennità di anzianità che, per dirla ancora con Pera, remunerava la fedeltà all'azienda, con logica paternalistica e reazionaria, ma almeno chiara.
E' anche vero che il TFR, realizzando comunque, un risparmio forzoso ha consentito a molte famiglie di disporre di uno spunto finanziario non indifferente: classico, l'utilizzo del TFR per acquistare la casa al figlio.
Tuttavia rimane il problema: perché il 7,41% della retribuzione (a tanto ammonta l'accontamento TFR) deve essere pagato in un più o meno lontano futuro? Salvo ragioni storiche, non riesco a trovare nessun motivo che possa giustificare questa stramberia.
Mi rendo conto che abolire di punto in bianco il TFR è quasi impossibile. Pensare di aumentare, ad esempio, le retribuzioni correnti del 7,41% dall'oggi al domani significa ritenere gradibile che per i prossimi 3 anni il tasso di fallimenti si raddoppi se non peggio. Per tacere dell'effeto che ciò potrebbe avere sull'inflazione. Non è però assurdo pensare ad una diminuizione del TFR progressiva sino, in un futuro più o meno lontano il totale accorpamento del rateo di TFR alla busta paga mensile.
Quello che mi lascia del tutto interdetto, però, è il sistematico (non è una novità della finanziaria odierna come prospettata dai giornali: ci stanno ronzando intorno, destri e sinistri, da anni) tentativo di pigliare questa enorme mole di soldi e dire autoritativamente "Con questi soldi potrai solo ed esclusivamente fare questo" dove il "questo" può essere un piano pensione, un prestito allo Stato per fare importanti opere pubbliche o qualsiasi altra cosa che salti in testa ai nostri Principi (scusate, governanti...)
Capisco la previdenza obbligatoria e condivido che sia interesse pubblico che nessuno versi in situazioni di indigenza troppo grave, anche se l'indigenza dipenda dalla poca avvedutezza delle persone.
Ma non capisco perché diavolo questa liquidità futura non possa essere lasciata nelle mani della gente. Insomma, con tutti i difetti che ha, il TFR ha consentito ad un sacco di gente di farsi la crociera dei propri sogni, comprare la già citata casa del figlio, il macchinone ambito per tutta la vita, il visone della moglie, o costituire una scorta per far fronte ad un perido di disoccupazione.
Non mi sta molto bene che i nostri Sovrastanti (traduzione  balorda dal bellissimo  termine furlano "sorastans" che assai bene indica i veri rapporti tra cittadini e governanti: va bene anche il piemontese "naja")  debbano considerare bagattellare la realizzazione dei nostri piccoli desideri che annichiliscono a guardarli sub specie eternitatis (l'entità del debito pubblico).
Regalare il visone a quella povera donna che ti ha sopportato per tutta la vita e concederle di sentirsi, magari a 60 anni, una gran figa, sarà piccolo borghese, antiecologico, tutto quello che volete, ma è cosa degnissima. E chi è stato per 30 anni o più col culetto davanti ad un altoforno o si è arabbattato tutte le mattine ad andare in ufficio, a far quadrare i conti, a far laureare i figli e, insomma, a mandare avanti 'sta baracca (perché senza quelle file di formichine che la mattina intasano il traffico, cari miei, saremmo tutti a .... -termine osceno e poco professionale-), ha il sacrosanto diritto di togliersi qualche sfizio.
La cosa poi carina di tutta questa faccenda è che non abbassa affatto il costo del lavoro che rimane, se va bene, invariato. Tradotto: non godono le aziende, non godono i lavoratori gode chi? I Sorastans. Ma basta.







postato da: etienne64 alle ore 13:14 | Permalink | commenti (13)
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