venerdì, 07 novembre 2008
Ex  facto oritur jus ovvero la legge va applicata "a prescindere" (dalla fattispecie)*.

Causa in cui si discute se il ricorrente abbia contratto una lombosciatalgia (mal di schiena, insomma) in ragione dei frequenti piegamenti imposti dalla sua attività di "mulettista" e cioé conduttore di carrello elevatore detto "muletto".
La perfida azienda sostiene che è vero che talora (spesso? boh) il lavoratore doveva spostare a mano merce da un bancale ad uno scaffale, ma che questo lavoro non comportava significative flessioni del tronco perché, grazie al muletto, poteva tenere la merce sempre a livello dello scaffale e così limitarsi a movimenti orizzontali anziché flessori.
Il lavoratore, invece, sostiene il contrario.
Arriva il primo testimone, collega del ricorrente e anch'egli carrellista. Conferma che la merce può essere tenuta a livello dello scaffale.
Domanda del giudice: "Ma quindi esiste un apposito congegno che consente la regolazione delle merce in altezza?"
Il teste si blocca e si innervosisce "Beh, dice, con le forche no?"
"Quali forche, scusi?" "Ehh, le forche del muletto". "Cioé un congegno apposito, se ho capito bene...." "un congegno.... do tochi de fero, bei grosi, quel si, che i va -riprende l'italiano- su e giù".
Mi guardo con la collega avversaria che, per quanto seccata da come stia andando la testimonianza, sta facendo sforzi sovrumani per non ridere.
"Giudice" dice la collega "il muletto è chiamato anche carrello elevatore...."
"Questo lo so, avvocato" replica il giudice stizzito "ma io devo capire se esista un congegno che regoli l'altezza della merce o meno."
La collega si guarda la punta delle scarpe.
Io bofonchio un "Del caso, facciamo una CTU", ma non pare, per fortuna, che l'ironia venga colta.
Sentiamo altri due carrellisti che confermano le straordinarie virtù dei muletti, ma non sanno indicare quale sia il meraviglioso congegno che permetta la regolazione in altezza della merce, salvo le agricole "forche".
La testimonianza è andata veramente male alla collega e mi corre l'obbligo di offrire il caffè.
Come due carbonari discutiamo se sia meglio allegare al fasciolo un muletto della Mattel, chiedere un sopralluogo in azienda o far portare un muletto davanti al Tribunale per la prossima udienza.
Non abbiamo ancora sciolto la riserva.
Nessuno ha il coraggio, però, di immaginare come verrà decisa la causa.

* Il titolo è stato cambiato grazie ad un meraviglioso suggerimento de "L'imprenditore".


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martedì, 08 aprile 2008

McCreevy, il tariffario e Superciuk


Sul “Sole” di sabato scorso è stato pubblicato un articolo in cui si racconta di un certo sig. McCreevy, commissario UE.

Mr. McCreevy si sta muovendo per aprire una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia, rea, a suo dire, di avere delle tariffe forensi prevedenti dei massimi di tariffa.

Se, dice McCreevy, la previsione di un massimo potrebbe essere comprensibile nel campo della difesa dei diritti fondamentali della persona fisica (come, ad esempio, in penale o in diritto familiare), “la normativa italiana non permette di remunerare adeguatamente, in sede di giudizio, i costi sostenuti da un avvocato straniero. Il professionista di un altro Paese europeo, anche se preferito dal cliente italiano, non può infatti applicare tariffe superiori a quelle massime nazionali, nemmeno per tenere conto delle spese di viaggio e traduzione. Né può contare su un'adeguata liquidazione da parte del giudice, quando agisca in tandem con un avvocato italiano, esercitando una prestazione temporanea.

Non va poi dimenticato che il tariffario italiano fissa tetti per tipo di prestazione e mette perciò in difficoltà quegli studi legali stranieri che in genere fatturano ai clienti un onorario in base alle ore di lavoro degli avvocati impegnati, a prescindere dal genere di attività svolta.

Iniziamo a sgombrare il campo dalle balle.

E’ semplicemente falso che sia fatto divieto di pattuire il compenso dovuto ad un legale in misura superiore al massimo di tariffa. Non lo è mai stato. La particolarità ante Bersani era data dal fatto che l’accordo sul compenso al di sotto dei limiti era parzialmente invalido con sostituzione automatica con il minimo regolamentare; per capirsi, un meccanismo simile a quello delle paghe, per cui non si può andar sotto (più o meno) alla paga sindacale, ma si è liberissimi di pagare il proprio portiere 10.000 euro al mese.

E’ falso che i rimborsi spesa siano compresi negli onorari e diritti: l’avvocato ha il diritto al rimborso delle spese di viaggio e di alloggio, per di più maggiorate del 10% per spese accessorie (mance, caffè, e così via).

Lo stesso vale per le spese di traduzione.

E’ falso che dire che se due avvocati vengono investiti di una difesa collegiale ogni avvocato non abbia diritto all’integrale pagamento di quanto da lui fatto.

Sicché, prima domanda: ma questo, il tariffario e il D,M, 127/2004  se lo è letto o parla per sentito dire? Parla per sentito dire, come buona parte dei politici.

Ma la vera questione è un’altra ed è quella della ripetibilità delle spese di lite.

Chi perde una causa deve rimborsare al vincitore le spese che questi ha sostenuto per la sua difesa.

Tuttavia, esiste un limite dato, all’ingrosso, dalla utilità o meno della spesa. Ad esempio, in civile, uno è liberissimo di farsi assistere anche da un battaglione di avvocati: tuttavia, il giudice potrà liquidare solo le spese relative ad un avvocato, dacché è ingiusto che il vezzo del vincitore di munirsi di una difesa esorbitante si ripercuota sul perdente.

Piuttosto intuitivamente, è del tutto iniquo che una parte addossi all’altra costi determinati esclusivamente da se stessa: il soccombente deve rifondere i costi da lui provocati al vincitore (vale a dire i costi di dover pagarsi un avvocato per far valere il suo diritto), non i costi che il vincitore, per suo capriccio ha deciso di sostenere.

Sicché, è giusto e sacrosanto che il giudice nel determinare le spese di soccombenza lo possa fare solo entro un intervallo prestabilito a priori e non determinato arbitrariamente dal vincitore.

In tutto ciò, infine, vi è un esaltante ritorno dello spirito di Superciuk (quello che rubava ai poveri per donare ai ricchi).

Tizio vuole rivolgersi al carissimo avvocato John Squeezelaw, barrister in London.

John accetta l’incarico, si fa versare un 50000 eurozzi di acconto, vince la causa e conclude, tra onorari, trasferte, domiciliatario italiano, spese di escort a Milano, con un’ulteriore fattura di altri  100000 euri.

La causa valeva, supponiamo, 1.250.000 euro. Il giudice liquida 25000 euro di spese. Tizio è contento, ma gli brucia il fatto che un decimo del capitale si sia fumato in parcelle.  Ciò determina un possibile ripensamento: forse andare dal mega barrister di Londra non è così necessario…. magari l’avvocato italiano mi faceva lo stesso lavoro per molto meno… e il povero Barrister perde un cliente.

Ohimé e ohilui. La UE e MCCreevy deve intervenire in suo soccorso: non sia mai che un ricco possa perdere qualche soldo.

Un dubbio: ma perché ‘sti studi di elefanti, che hanno costi fissi mostruosi, che piazzano parcelle assurde e che cioè sono dei pessimi attori economici, dovrebbero meritar tutela?

Per chi volesse leggersi l'articolo, può andare sul sito del Sole24h:

www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2008/04/ue-cerchio-tariffe-forensi.shtml

 

 

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lunedì, 18 febbraio 2008
Il danno non di rango costituzionale esiste!!!

Un Comune, pensando di far cosa gradita, pianta un lampione.  Ma un Tizio si duole dell'improvvido lume che, a suo dire, è collocato così vicino alla facciata della sua abitazione da costituire per malfattori di ogni risma una comoda via d'accesso alla sua abitazione. Tale possibilità che un pendaglio da forca possa sentirsi attratto dal sano esercizio della pertica genera, dice il Tizio, una lesione al suo diritto alla salute (compromessa dalla continua angoscia) e alla sicurezzza alla persona.
Agisce d'urgenza e lo sciagurato Pretore (correva l'anno 1996) gli dà parzialmente ragione, condannando il Comune a rimuovere il palo della vergogna. Poi instaura il giudizio di merito, anche perché, che diamine, un risarcimentello doveva pur esser chiesto; il Comune appella e la Corte d'appello fa un timballo di danno biologico, esistenziale, piccioni e besciamella; infine, nel gennaio 2008, l'insensibile Corte di Cassazione bastona senza tanti complimenti il Tizio notando che "né la serenità né la sicurezza costituiscono, in se stesse considerate, diritti fondamentali di rango costituzionale" (Cass.sez. III 12.2.2008 n.3284, rel. Amatucci -un grande!-).
Ambhé, direte, è una causa del tubo (ché, di tubi son fatti i lampioni). E no, vi rispondo.
E', per quel che mi consta, la prima volta che si dice ore rotundo che non tutto è costituzionalmente garantito e che non ogni lesione assicura il turbo del risarcimento aggiuntivo del danno esistenziale.
Non si può che gioirne. Tuttavia, una pulcetta mi rimane nell'orecchio. Perché la serenità non è un diritto costituzionalmente garantito? Ovvero, qual'è il criterio per stabilire se un diritto sia di rango costituzionale o meno? E qui la Cassazione è, ad essere gentili, apodittica.
Sicché se nelle cause del tubo la bastonata arriva (non foss'altro perché fare 4 gradi di giudizio, tra cautelare, cognizione e legittimità per il lampione è oggettivamente irritante) il problema rimane intatto per le cause la cui natura "tubica" non sia immediatamente apprezzabile.
Per intanto, gioiamo e brindiamo a questa saggia sentenza. Speriamo che non sia una vittoria ai Campi Catalauni.


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giovedì, 17 gennaio 2008

Quant'è bella meritocrazia che si fugge tuttavia

Sul Corriere della Sera Ichino ha pubblicato il 27 novembre un altro articolo in cui deplora la eccessiva rigidità dei salari, rigidità che, non remunerando il "merito", concorre, insieme ad altri fattori, a far sì che la produttività del nostro paese sia bassa.

Ichino ammette che "Commisurare interamente la retribuzione al risultato significa, certo, scaricare sul lavoratore tutto il rischio di un esito negativo che può non dipendere dal suo demerito" . Tuttavia, "garantire una retribuzione del tutto stabile e indifferente al risultato significa cadere nell'eccesso opposto: così viene meno l'incentivo alla fatica del far bene il proprio lavoro..."

Ora, ci sono un paio di cose che non capisco.

Con gli accordi del 1993 fu convenuta tra Governo, sindacati e, giova sottolinearlo, Organizzazioni Datoriali (che non erano alle Bahamas, ma al tavolo delle trattative, almeno così risulta dalla firme apposte ai vari accordi) una struttura di contrattazione collettiva articolata su due livelli: un livello nazionale a cui è demandato di stabilire sostanzialmente i termini normativi del rapporto di lavoro e la paga base; un livello aziendale dove si dovrebbero definire tutta una serie di aspetti per adattare i contratti di lavoro alla specifica realtà di quella impresa. In particolare, alla contrattazione di secondo livello (aziendale) è demandata la determinazione della retribuzione variabile e cioè, un po’ semplificando, quella legata al raggiungimento di particolari obbiettivi. Per coronare il tutto, il Governo ha pure offerto uno sconticino previdenziale sui premi di risultato (c.d. decontribuzione, poi variamente rimodulata) per rendere questa parte della retribuzione più interessante.

Sicché, la variabilità della retribuzione c'é già e c'é già da 14 anni, non da un giorno.

Perché allora si dice e si proclama che la retribuzione è troppo rigida?

Bhè, il primo problema è che, come già osservato da qualcuno, la variabilità è solo verso l’alto: con la contrattazione aziendale si possono aumentare le paghe, ma non diminuirla rispetto al nazionale.

E qui sta, stringi stringi, il problema. Le aziende non hanno nessuna voglia di aumentare le paghe. Il che potrebbe essere anche una banalità: è ovvio che nessuno ami pagare di più i propri fattori produttivi.

La faccenda, tuttavia, è resa un po’ più interessante dal fatto che, il nostro legislatore, poverello, ha profuso una fantasia straordinaria nell’inventarsi incentivi vari per indurre le aziende a fare ‘ste benedette contrattazioni di secondo livello. Più o meno, la faccenda funziona così: la contrattazione nazionale offre un rapporto di lavoro “basic” piuttosto rigido; se vuoi il modello “plus” con tanta flessibilità, lo paghi un po’ di più. Va detto che la versione “plus” contiene effettivamente tante cose in più. Dalla possibilità piuttosto importante di configurare la distribuzione dell’orario di lavoro in modo ottimale per l’azienda, alla possibilità di modulare (entro certi limiti) il part time tarando le clausole flessibili e/o elastiche, insomma, la contrattazione aziendale pare offrire, una buona dose di quella flessibilità che il mondo imprenditoriale dichiara essere indispensabile quasi quanto l’aria.

Eppure, la contrattazione aziendale non ha avuto un successo enorme. Ci sono alcuni contratti molto interessanti e molto innovativi (che dimostrano quanto lo strumento sia flessibile), ma, normalmente, le aziende rifuggono la sola idea di aprire un tavolo di contrattazione aziendale.

E, volendo la cosa non è nuova: ricorda da vicino la sfortunata vicenda della l.56/87. Con questa legge, fra le altre, fu concesso alle parti sociali di individuare ulteriori ipotesi di contratto a termine, in aggiunta alla lista della vecchia 230/62. La cosa curiosa fu che, malgrado questo potentissimo strumento, la contrattazione non individuò nessuna ipotesi realmente nuova. Gli imprenditori continuarono a lagnarsi della rigidità normativa italiana, fino a che Berlusconi non li fece contenti con il d.lgs 368/01.

Ora, possiamo unirci al coro dei sindacalisti che lamentano la stoltizia e ottusità della classe imprenditoriale italiana: ma credo sarebbe una operazione insulsa. Se non altro per ragioni statistiche, non è possibile che la maggior parte degli imprenditori italiani sia costituita da idioti.

Se il grosso delle imprese non comprano “flessibilità” (ovvero non sono disposte ad aumentare le paghe per aver maggior flessibilità), vuol dire che, tuttosommato, la flessibilità non serve.

In effetti, il modello “basic” di rapporto di lavoro è, al di là delle lagne, adeguato a buona parte delle realtà imprenditoriali. Sicché, perché le imprese dovrebbero spendere di più, per avere in cambio qualcosa che non gli serve? E, si noti, quando la flessibilità serve, i contratti integrativi vengono fatti, eccome.

Passiamo sul piano di lavoro individuale. Pare che sia una evidenza cartesiana che “più mi paghi, più lavoro e quindi più rendo”. Non è proprio così.

Quando due soggetti stipulano un contratto di lavoro subordinato, entrambi ricercano una ragionevole sicurezza sulla continuità della prestazione lavorativa: il padrone, quando assume, ricerca la garanzia di una continuità di prestazione lavorativa; il lavoratore, ricerca una garanzia di continuità reddituale. E nel fare questo, le parti sono dispostissime a farsi concessioni notevoli: il lavoratore accetterà di avere una remunerazione unitaria (oraria) mediocre, come il padrone accetta che l’utilità marginale della singola ora lavorata sia ampiamente variabile se rapportata a quella unità. Insomma, nel contratto di lavoro, un po’ come nel BOT, la gente è disposta a concedere complessivamente abbastanza per avere una significativa riduzione del rischio economico.

Sicché, ‘sta faccenda della flessibilità mi puzza di bufala. Il contratto di lavoro subordinato esiste proprio perché le parti vogliono ridurre la flessibilità, non aumentarla.  E molto brutalmente, il successo di questo tipo di contratto in giro per il mondo mi fa pensare che l’operazione economica sottesa (la causa, insomma) non sia tanto dissennata.

Se questo è corretto, ne segue, però, che la flessibilità tanto sbandierata, ma in realtà poco ricercata, è solo un pretesto per tentare di scaricare sui dipendenti parte dei costi. Ma il dipendente, a differenza, del socio, non partecipa né al rischio economico, né alle decisioni. Dubito che nel blaterare di retribuzione legata alla performance qualcuno abbia voglia di mettersi a discutere delle scelte aziendali con i dipendenti.

Il discorso sul “merito” è ulteriormente ambiguo.

Gli imprenditori non comprano merito, comprano prestazioni lavorative e comprano il tipo di prestazione lavorativa di cui hanno bisogno. Né più e né meno  di quello che avviene in qualsiasi contratto. Se ho bisogno di una automobile per andare da casa allo studio, non me ne frega assolutamente nulla di tutte le cose in più che obbiettivamente la Mercedes può offrirmi rispetto ad una Daewoo Matiz: quest’ultima mi basta e mi avanza e non ho voglia di spendere un sacco di soldi per fare 5000 km all’anno.

Sicché, una volta pattuita (o stabilità da fonti esterne) una equa retribuzione per un certo tipo di mansioni (che sono quelle che mi servono), perché dovrei spendere di più per acquistare prestazioni qualitativamente o quantitativamente superiori? Cioè, se mi basta la Matiz, perché mi devo indebitare per la Mercedes?

Anzi: una organizzazione imprenditoriale che si fondi sulla eccellenza di alcuni suoi lavoratori è una cattiva organizzazione perché vulnerabile e non duratura. Una impresa che va in crisi perché una impiegata è andata in maternità è un’impresa che ha strutturalmente qualche problema.

E, tornando al discorso di prima, dovrebbe far riflettere il fatto che, mediamente, la retribuzione variabile non ha avuto successo: non ha senso pagare di più, se riesco ad ottenere quel che voglio con un prezzo inferiore.

Né si capisce perché il lavoratore dovrebbe stravolgere le sue aspettative partecipando ad un rischio di impresa senza, di contro, poter gestire l’affare.

Sullo sfondo, c’è forse la polemica di Ichino con i fannulloni. Ma anche qui bisogna intendersi. Non c’è nessuna ragione per pagare di più il fannullone per spingerlo a rendere la prestazione dovuta: io ho diritto a ricevere una prestazione lavorativa decorosa, esattamente come se pago un chilo di mele ho diritto a ricevere un chilo di mele. Non devo pagare un supplemento avere il mio. E per spingere la gente a rendere la prestazione dovuta sono molto più efficaci (ed economici) i sistemi di gestione del personale, quali lodi, cazziatoni e tutto l’armamentario di bastoni e carote che un buon capo del personale dovrebbe avere con sé. E chiunque insorga contro queste “brutali” tecniche, vada pure al diavolo: il padrone sta solo esigendo il suo, perché, per quanto sconcertante, resta vero che il dipendente deve lavorare e lavorare bene.

 

 

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sabato, 20 gennaio 2007
Giustizia (?) senese ovvero pensieri e dubbi su Ambrogio Lorenzetti

Nel palazzo Pubblico di Siena, fra tante belle cose, c'é il famoso ciclo degli effetti del buon e del cattivo governo di Ambrogio Lorenzetti (lo si può vedere p.es. a www.bramarte.it/gotico/piero%20e%20ambrogio%20lorenzetti.htm
Tutti sanno che il ciclo, insieme al Giuncarico di Duccio (?) e al Guidoriccio di Simone Martini, appartiene a quel filone senese di pittura "politica" con cui gli allora  maggiorenti di Siena celebravano la grandezza della città.
Il ciclo si divide in due parti: vi è la parte dedicata agli effetti del cattivo governo, dove la città rovina, tra disperazione e crimini vari, sotto il crudele e strabico sguardo di un zannuto tiranno attorniato da una corte in cui spiccano la Crudeltà, la Prodizione e altre poco simpatiche  figure.
L'idea, molto medievale, di ricordare ai potenti i danni che possono combinare dovrebbe essere coltivata: ad esempio, non sarebbe male riprendere la tradizione veneziana secondo cui, quando in giudici si ritiravano per decidere in un processo criminale, il cancelliere li doveva ammonire gridando "Ricordeve del povaro fornareto" (si trattava di un fornaio ingiustamente giustiziato).
Speculare agli effetti del cattivo governo, sono descritti gli effetti del buon governo: nella citta armoniosa la gente danza felice, sotto il paterno e benevolo sguardo di un barbuto vecchione che, sovrastato dalle figure della Fede, Speranza e carità, si circonda di vaghe pulzelle rappresentanti, la Pace, la Prudenza la Magnaniminità e così via.
A lato del Buon Governo non poteva mancare la Giustizia che, ispirata dall'alto dalla Sapienza.... fra le varie cose mozza la testa ad un Tizio. Ecco qua:
Lorenzetti - GiustiziaPer carità, come decolla uno, dona gloria ad un altro (la corona in testa) e, dall'altra parte distribuisce denari ed armi.
In tutta questa gioia e serenità però, il decollato disturba.
Il decapitando però è persona dabbene e non vuole turbare la pace e l'armonia cittadina: e così sorride di essere ammazzato. Sorride? Yeah, look:
Lorenzetti - ZacVedete? L'angelo-boia è tutto concentrato sul fendente che sta menando al morituro e il suo volto è tutto meno che sereno. Il gesto di erogare benefici è quasi distratto se non svogliato, qualcosa del genere "Ciapa qua, mona, che go robe più serie de far". Il beneficiato, ovviamente, ha gli occhi computamente rivolti al suolo. L'unico contento o, almeno, sereno, è il giustiziato che accenna un sorriso.
Domanda n.1: ha ragione Jannacci quando dice che il "vilan" non deve piangere perché il suo piangere fa male al ricco, al cardinale etc etc.?
Il buon governo, però, non esplica benefici effetti solo sulla città, ma anche il contado ne gioisce e così Lorenzetti dipinge uno dei primi paesaggi: pur non essendo ancora realistico, è certo molto più avanti del pur bellissimo Giudoriccio di Simone (fermo che se uno parla male di Simone Martini, lo sopprimo seduta stante).
Ecco qua:
Lorenzetti - Buon Governo Campagna

Carino, no? I buoni borghesi si vanno a dilettarsi con il falcone, i buoni contadini lavorano alacremente e  felicemente,  la campagna è  ordinata... che  delizia, che pace! E quella specie di vezzoso angioletto in alto, oltre ad un cartiglio, cosa tiene mai in mano? Una clessidra? No, una forca con tanto di impiccato. Ecco il particolare:
Lorenzetti -Impiccato rassicuranteL'angioletto rappresenta la sicurezza (securitas). Com'é vezzosetta con quel piedino alzato cinto pure dal velo!
 Suppongo che anche l'impiccato sia contento che tutto sia in ordine. Ha pure la benda regolamentare. Il messaggio è chiaro: giovani, divertitevi nelle vostre caccie e indossate pure i vostri abiti sontuosi (guarda un po' il fighetto alla moda che esce dalla città con il falco), villici, orsù, menate pure i vostri industriosi traffici che ciò è buono e lieto.
Solo un dettaglio: se sgarrate vi impicco.
Domanda n.2: ma voi avreste voglia di dilettarvi gaiamente nella ordinata campagna rappresentata da Lorenzetti (Ambrogio) sotto i piedi di un impiccato? O la cosa vi disturberebbe?

A questo punto potreste chiedermi: fratello, ma perché ci racconti di cose pitturate un bel po' di tempo fa (1338 circa...)?
Vi rispondo con una domanda: che cosa è cambiato da allora?
Oggi, dove tutti strillano che vogliono più sicurezza, quanti non sarebbero felici di essere sovrastati da una figura alata che garantisca gli "onesti" tenendo una forca in mano?
E tutto ciò quanto c'entra con la "Giustizia" e quanto non è solo espressione di potere?
Gradite illuminanti risposte.



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mercoledì, 20 dicembre 2006
L'evasione fiscale nel suo aspetto pratico

Oggi dovevo andare fuori per un'udienza fissata alle 09.00.
Arrivo con il mio bel trenino e, essendo le 08.50 e non conoscendo molto bene quella città, decido di prendere un taxi, cosa che normalmente aborro.
"Mi può portare in Tribunale?" "Ah si, la xe una avocato alora lei?" "Si, fazzo 'sto mestier.... cossa la vol... ""Eh meio gaverli per amici i avocati che per nemici...." "Come i dotori...." Fin qua, il discorso segue le scansioni solite ed arcisolite di un tizio che vuole attaccare bottone con un avvocato.
Ad un rosso, il tassista mi fa "Ma la ga bisogno de una ricevuda?" "Eh, se la me la fasessi, la me usaria una cortesia" (lo snobismo di usare forme dialettali arcaiche è insopprimibile).
Il tassista, così, si mette a compilare la ricevuta bofonchiando qualcosa del tipo "eh cussì la se bevi un cafè... -incomprensibile- zinque (ma non eravano solo noi, tra tutti veneti, a usare la z aspra?) sette..." Non capisco bene, ma intanto vedo che scrive € 7 e così tiro fuori 7 euro dal portafoglio.
"Ma no, avocato, la corsa xe 5 (zinque con z più sibiliante di quella di Zorro) euri, ma ghe scrivo 7 cussì la se scariga de più.... cossa vol darli, a Prodi?"
Come saetta che squarcia il tempestoso aere dai nembi corruscato, in pochi istanti mi si dipana nella mente una incompleta lista degli illeciti contenuti in quel apparentemente innocuo foglietto di carta: frode fiscale, uso di documentazione infedele, deduzione non spettante.... per fortuna non faccio fiscale e così non riesco a immaginare l'altra valangata di cose che sicuramente non vanno.
"Ma no, la se tegni pur i 7 euri, visto la ga scrito cussì.... "
Intanto, siamo arrivati in Tribunale. Cerco di svignarmela ma il tassista mi blocca: "Eh no avocato, almanco femo a metà: la tegni un euro" e mi caccia una moneta in mano.
Vabbé, non ho né tempo, né voglia di discutere.
Saluto e corro a fare udienza.
Finita l'udienza il collega avversario, molto gentilmente, mi riaccompagna in stazione con la sua automobile.
Arrivo in biglietteria, tiro fuori il portafoglio per pagarmi il biglietto, chiedo la fattura e come tiro fuori la carta di credito (grazie, Bersani) mi trovo in mano la ricevuta del tassinaro.
La guardo e la butto nel cestino.
7 euro di spese che non dedurrò dalle mie spese.




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mercoledì, 29 novembre 2006
Si fa anche questo

h.17.15 ricevo un fax con un ricorso d'urgenza, udienza DOMANI a Bari
h.17.15-17.30 quarto d'ora dedicato a smoccolare bestemmie al cliente che si sveglia all'ultimo momento.
h.17.35 Inizio a guardare il ricorso avversario e a scrivere. Per fortuna, per alcune cose posso usare pezzi scritti in altri atti (stesse questioni giuridiche)
h.18.00-19.10 Colloquio già programmato con altro cliente
h.19.15 Leggo e scrivo
h.,19.45 Trancio di Pizza e coca cola
h.19.55 Rutto apotropaico post coca cola.
h.20.00 Leggo e scrivo; qualche imprecazione qua e là, come fiorellini di campo.
h.21.30 Telefonata del collega di Bari che mi dà una bella dritta.
h.22.00 Mi pare di aver trovato il punto debole della domanda avversaria. Vai! Scrivi, scrivi, verifica, verifica.... Si, il nodo dovrebbe essere questo.
h.00.25 Spedisco il fax con l'atto di risposta al domiciliatario.
00.30 Scrivo 'sta monata
00.36 Vado a casa a dormire.
Non male....
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martedì, 21 novembre 2006
Veni, prescripsi, vici

Qualche volta faccio anche penale. Robetta, s'intende. Oggi dovevo difendere due quadri di una società (eh, 'sti avvocati del padrone) querelati da un dipendente.
I due quadri, durante una verifica, si erano accorti che il tipetto gonfiava i rimborsi spese e si portava a casa circa 6000 €/anno di rimborsi non dovuti. Ad un certo punto erano saltati su dicendo, in faccia al tipo "Ma questa è una truffa ai danni dell'azienda!!!"
Di qui la querela per aver leso il bene di rango costituzionale dell'onore del lavoratore.
Poiché la Procura aveva contestato anche la aggravante dell'attribuzione del fatto determinato (mah....), per un giretto di norme e di una sentenza della Corte Costituzionale che non starò a raccontarvi, si applicava la prescrizione fulminante triennale della Cirielli. Eccepisco un tanto, il PM mi dà ragione  e il giudice di  pace  dichiara il non doversi procedere. Amen. Il tutto dura non più di 5 minuti.
I clienti, persone sufficentemente navigate da capire che uscire da un processo penale è sempre un bene (salva l'ipotesi dell'art.150 c.p.), sono anche contenti, ma non sono del tutto soddisfatti. Insomma, dicono, quello la truffa l'aveva commessa e il Giudice del Lavoro aveva confermato che il licenziamento era giustificato... insomma, mi fanno capire che non gli sarebbe dispiaciuto una bella sentenza di assoluzione che sancisse il loro aver ben agito e la pravità del furbetto.
E così mi è toccato fare il solito discorso. A me piace pensarlo come una esercitazione approssimativa di teoria dei giochi, i clienti lo pigliano come una strana fumosità.
I) Dare del ladro al ladro può costituire comunque ingiuria, stante l'inutilità dell'exceptio veritatis;
II) La configurabilità della causa di non punibilità dell'aver reagito all'altrui fatto ingiusto è opinabile nel caso concreto dacché si può discutere lungamente della attualità dell'altrui fatto ingiusto;
III) Il querelante probabilmente avrebbe confermato tutto (solo a  Tom Cruise capita che J. Nicholson si incazzi e ammetta tutto sbavando rabbia e livore);
IV) La sentenza del giudice civile non risolve il problema dacché da solo sostanza alla inutile exceptio veritatis;
V) totale, resterà che voi avete offeso il Tizio, mentre la rilevanza di tutte le (sacrosante) ragioni per dire quel che avete detto sarà rimessa alla discrezione e prudenza del giudice.
E come userà il giudice il suo apprezzamento? Non si sa. Visto che se si viene condannati si ha un danno, mentre se si viene assolti non si ha alcun guadagno, meglio non saperlo. Meglio scappare dal giudizio.

Sicché, se possibile... via, più veloci della luce da un processo penale.


tunnelPensiero del giorno
(o signur, mi devo esser bevuto il cervello se inizio coi pensieri del giorno)
"Il processo penale è l'oscurità della follia, ma in fondo vi è una luce: la prescrizione"


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lunedì, 06 novembre 2006
Pubblicità: ancora alcune considerazioni.

Nel post precedente avevo provato a fare una sorta di sondaggio (assolutamente privo di qualsivoglia scientificità) su una delle prime pubblicità di avvocati apparse su un quotidiano.
A leggere i commenti, direi che la reazione più o meno sia stata questa: bhé, come pubblicità è brutta ed anche un po' sgrammaticata, però non ci vedo nulla di male.
In effetti, guardando la pubblicità in questione con occhi avvocateschi, non c'é nulla di particolarmente male. Anzi.
L'avv. Gennaro Orlando si occupa di pensioni di invalidità e affini (indennità di accompagnamento). E' una materia piuttosto ostica, essendo la normativa dispersa in varie leggi, leggine e circolari. Di contro, una volta capito il meccanismo (cosa, ribadisco, non proprio agevole), di solito, le singole cause sono abbastanza simili tra loro. In queste cause, inoltre, la perizia medica è fondamentale e lo studio Orlando offre anche il medico in sede per non costringere il cliente a girovagare alla ricerca del medico.
Va anche detto che l'offerta, così come presentata dalla pubblicità, non è né più, né meno quella di un qualsiasi patronato. Se uno, avendo un problema di invalidità va ad un qualsiasi patronato (enti riconosciuti dalla legge e pagati dallo Stato, n.b.) gli viene fornito a prezzo modicissimo il medico e, se il ricorso amministrativo non funziona, l'avvocato che, in forza di un gentelman agreement che dura imperterrito quantomeno dal secondo dopoguerra, prenderà i soldi solo in caso di vittoria.
Insomma, la pubblicità non è intrinsecamente disonesta. Il messaggio è chiaro e non promette cose mirabolanti, ma si limita ad attestare una consolidata esperienza (e non ho nessuna ragione per non credere a ciò) e una certa attenzione al cliente. Un arcigno censore potrebbe rilevare che vi è qualche piccola concessione alla retorica pubblicitaria: a me, per esempio, aveva colpito il "realizzare il tuo diritto" espressione sì tecnicamente esatta, ma che ricorda tanto il "realizzare il tuo sogno".... ma insomma, se è pubblicità, un pochino pochino dovrà essere anche evocativa, sennò che pubblicità è? Insomma, si potrà dire tutto di questa pubblicità, tranne che sia uno specchietto per allodole o che sia una pubblicità ingannatrice.
E allora, che male c'é a autorizzare gli avvocati a farsi pubblicità sui giornali, in TV o sulle fiancate degli autobus?
Partirei da un'osservazione fatta da Unpirlaqualsiasi: il fatto che io indichi un collega come più esperto di me in un certo settore ed indirizzi a questo collega un qualche mio cliente è già una forma di pubblicità.
Non sono molto d'accordo. Affidare la promozione della propria attività al passaparola, se è (certamente) una forma di marketing, non è pubblicità.
Il vecchio (ma forse ancora vigente, chissà...) divieto di farsi pubblicità sui "media" (ché, la pubblicità degli avvocati era permessa anche prima del D.L. Bersani, ma era vietata quella su giornali, televisioni etc.etc.) è solo una selezione dei possibili strumenti di marketing adottabili dagli avvocati.
Insomma, nessuno nega che anche l'avvocato debba sviluppare una qualche forma di marketing, dacché un avvocato senza clienti è un avvocato morto (di fame e di frustrazione), ma si limita lo spettro di strumenti utilizzabili.
Limitare, selezionare gli strumenti possibili di marketing credo sia un modo per selezionare indirettamente le strategie di mercato di un qualsiasi operatore economico.
La domanda, così, diventa: il divieto di pubblicità spinge gli avvocati a che cosa, ovvero, conversamente, dietro l'autorizzazione ad ogni forma di pubblicità che immagine di professione c'é?
Ho da poco finito di leggere un libretto sulla storia di Google. In questo libretto si racconta che Page e Brin, quando partirono, rinunciarono a fare una campagna pubblicitaria: convinti dell'eccellenza del loro prodotto, ritennero (sembrerebbe a ragione) che il passaparola avrebbe fatto apprezzare Google sul mercato. In effetti, rifletendo su questo aneddoto, mi pare che si possa dire che tanto più intensi sono i limiti che un'impresa patisce nel farsi pubblicità, e tanto più questa impresa dovrà investire sulla qualità dei suoi prodotti dacché, alla fine, la qualità del prodotto è l'unico biglietto da visita che questa impresa possa spendere sul mercato (gli altri essendole vietati).
Sicché mi sembra che i limiti alla pubblicità siano un potente stimolo a investire
sulla qualità.
E forse in questo sta(va) la ragione dei limiti alla pubblicità per i professionisti: cari professionisti, siccome da voi si pretende una prestazione più che diligente, più che media, cercate di affermarvi sul mercato solo per la bontà del servizio che offrite e non raggranellando clienti intercambiabili.
Se, in ipotesi, io riuscissi a congegnare una pubblicità così efficente che ogni giorno sulla porta dello studio si presentano 5 clienti nuovi, potrei anche concedermi il lusso di trattare male 2 di loro, perché, tanto, domani ne avrò altri. Un po' come al bar della stazione, dove spesso i camerieri brillano per maleducazione: anche se un viaggiatore, dopo essere stato maltrattato, non si fermerà più in quel bar, chissenefrega, ogni giorno il treno porterà un sacco di gente e statisticamente uno ogni tot viaggiatori si ferma a bere un caffé, rendendo così scarsamente utile l'investire sull'attenzione e la cura di ogni singolo cliente.
Viceversa, se non posso contare su uno strumento che mi porta masse più o meno ingenti di clienti in studio, sarò necessariamente spinto a "coccolare" il cliente il più possibile perché la mia unica speranza di beccare altri clienti è che quelli che ho già parlino bene di me ad altri potenziali clienti.
Credo, insomma, che la pubblicità per i professionisti non sia un male in sé: tuttavia penso che l'esistenza di forti limiti a questa possibile strategia di marketing sia un significativo incentivo a puntare sulla qualità anziché sulla quantità. E, stante la delicatezza degli incarichi affidati ai professionisti (un ponte progettato male ha lo sgradevole vizio di rovinare nel fiume sottostante), credo che incentivare la ricerca di qualità sia cosa desiderabile.
Di contro, non riesco a convincermi che grazie alla pubblicità i clienti abbiano un flusso informativo migliore: salvo il caso di pubblicità come quella dell'avv. Orlando, molto mirate ad un settore specifico, una pubblicità più generalista non può che essere, per sua stessa natura, benigna con il committente della pubblicità stessa. In altre parole, in una pubblicità, senza necessariamente essere ingannatori, si dirà ogni bene possibile dell'oggetto della pubblicità e si sorvolerà piamente sui limiti del prodotto/servizio offerto.  Se faccio pubblicità di biscotti dirò che sono fragranti (vero), ma non indulgerò a sottolineare che i biscotti fanno ingrassare (altrettanto vero, ma non molto utile per vendere di più). Così, se debbo fare pubblicità ad uno studio legale citerò le brillanti vittorie (esempio: www.fezzi.it), ma non mi soffermerò sulle legnate prese. Il che è ovvio, fa parte del gioco della pubblicità. Ma questa potenziale ed innata scarsa attendibilità della pubblicità si riverbera sulla attitudine a consentire scelte realmente consapevoli. Esattamente come per i biscotti: non credo che nessuno sia veramente convinto che, grazie alla pubblicità, si possano scegliere i biscotti migliori.










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lunedì, 30 ottobre 2006

La pubblicità degli avvocati in pratica.















Questa pubblicità ci è stata mandata via mail dal nostro Ordine che dice di averla trovata su "Repubblica" del 15.10.2006.
L'Ordine si è astenuto da ogni commento e, pedessiquamente, anch'io mi astengo.
Voi cosa ne pensate?


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