lunedì, 24 aprile 2006
Piccolo repertorio di luoghi comuni, cazzate e amenità sugli avvocati.

1. Ci sono troppi avvocati in Italia.
Dicono che siamo in troppi.
E' vero che quando ho cominciato, circa 15 anni fa, conoscevo, almeno di vista, tutti quelli del foro, mentre oggi è facile che incontri gente di cui non so nemmeno il nome.
Ma è anche vero che 15 anni fa la Cassazione civile non arrivava a fare 10000 sentenze all'anno, mentre adesso ne sforna più di 20000.
"Troppo" è un giudizio relativo a qualcosa, si suppone alla quantità di contenzioso: e, senza far tante statistiche, è evidente che il contenzioso è esploso.
Meno balle, c'é posto per tutti e, comunque, le Procure incriminano un tal numero di persone per le ragioni più balenghe che ci sarà sempre bisogno almeno di avvocati d'ufficio.

2. A causa dell'alto numero di avvocati i redditi degli stessi sono drammaticamente calati.
Ci sono, poi,  veramente torme di avvocati affamati che pitoccano sul sagrato delle chiese per ragranellare un tozzo di pane?
Ma va là, stiamo tutti ragionevolmente bene. Magari non ci si farà i soldi bestiali che si facevano i vecchi negli anni '50 e '60, ma non venitemi a dire che dopo 10 anni di professione mediamente crepiamo di fame. E che, in 'sto mestiere, prima dei 40 anni si guadagni poco, lo si è sempre saputo. O meglio, c'é gente che dopo tre anni di professione guadagna da far paura, ma, chissà perché, dopo sei anni, se va bene, ha una dozzina di procedimenti disciplinari,  e, se va male, è già in galera. Mah, chissà perché......
Piuttosto, avete provato a rivalutare la tariffa del 1968?  E' un interessante esperimento. Io l'ho fatto con quella penale perché è più facile. Ne viene fuori che per lo stesso processo (che so, il solito furto aggravato da qualcosa) un avvocato nel 1968 pigliava il quadruplo di oggi.
Morale: si guadagna ancora bene, ma nel 1968 l'avvocato poteva guadagnare tanto facendo una causa qua e una là e andando intanto a figa, mentre adesso gli avvocati devono lavorare. Mi dispiace per la figa, ma non mi pare una cosa così terribile. Tra le altre, gli avvocati adesso hanno meno tempo da perdere facendo i politicanti e questo è un bene. Meno chiacchere e più atti.

3. Poiché gli avvocati sono tanti, si inventano le cause (da mettersi in relazione col n.1)
Balla di dimensioni colossali.
Le cause se le inventano i clienti.
Io perdo 1/4 del mio tempo in studio a fanculare gente che mi chiede o di far cause impossibili, deficenti e sovente pure immorali (anche se loro me la presentano sempre come una questione di principio) oppure a litigare con un imbecille che dopo essere stato convenuto in una causa in cui ha torto, torto e ancora torto, non vuole fare l'unica cosa sensata e cioé transigere.
So che parecchi fanculati hanno detto che sono un avvocato senza grinta. Poi vai in cancelleria a chiedere copie, vedi una sentenza con un nome che ti dice qualcosa e, libidine, In nome del Popolo Italiano, respinge e stracondanna alle spese. Tiè, mona. Te l'avevo detto che avevi torto.....  Dopo un  numero sufficente di queste soddisfazioni ho concluso che non aver grinta è un complimento.
Osservazione di alta sociologia.
 Non rifilate agli avvocati le colpe di una cultura del cavolo che mira al conflitto fine a sé stesso. Non ci posso far niente se i film NON fanno vedere che, di solito, le cause danno ben magre soddisfazioni, come non fanno vedere che gli attori non sono, normalmente, povere vittime, ma incalliti spaccaballe che pensano di risolvere le loro frustrazioni in giudizio. Make love, not trial.
Ma noi non abbiamo nessuna colpa? Si, ce l'abbiamo. Alla decima volta che ti chiedono di portar
li in causa (o, ancora più comune, di resistere), non ce la fai più, guardi le bollette in pagamento, il DM10 della segretaria e sospiri: vabbé, mi firmi il mandato..... E il disonesto? Pochi avvocati sono così disonesti (e così fessi: una causa persa è sempre cattiva pubblicità) da non rappresentare al cliente le scarse probabilità di vittoria. La differenza sta solo nel quanto resistono alle lusinge del "ma mi faccia la causa".
Volete meno cause? Meno legal thriller (cazzo, a loro i testimoni dicono sempre quello che devono dire... ma succede solo nei film) e meno Mi manda Rai tre e vedrete come calerà il contenzioso.

4. Ahh, se ci fosse più concorrenza! Ovvero l'Europa la vuole (la concorrenza)
Sebbene  sia  assiomatico  che  ci siano troppi avvocati, questi (troppi) avvocati non si fanno concorrenza. Miracolo. Meglio  dei chierichetti, nessuno cerca di acquisire più clienti, nessuno cerca di ingraziarsi canali portatori di clienti, no, niente. Gli avvocati se ne stanno in studio e basta. Ma fatemi ridere. Gli avvocati si scannano da sempre  per i clienti e prova ne è la densità  di regole deontologiche sul punto: non mettere il becco nelle pratiche degli altri fino a formale revoca del mandato al collega; pubblicità poca e assai modigerata; divieto di andar sotto tariffa e cioé divieto di fare dumping. E tutto questo per tacere dei mille e un trucco sia per agganciare clienti, sia per evitare di farseli soffiare.
E allora? Al di là della beata assurdità di lamentarsi che ci sono troppi avvocati, ma che non c'é abbastanza concorrenza, che altra concorrenza volete? Il duello stile OK Corral davanti all'Aula d'Assise?
Ma la voce "concorrenza" implica aprire alcune sottovoci.
4.1. Uno che non è figlio di avvocato non ha speranze di entrare nel mondo legale: pertanto, serve più libertà di mercato che garantisce la "trasparenza"
Mia madre è medico, mio padre funzionario pubblico laureato in scienze politiche. In famiglia non c'é un laureato in legge: nell'ultimo secolo abbiamo avuto ingegneri (4), letterati (4), botanici (1), biologi (1) gente che per ragioni varie non si è laureata (4)..... Giuristi, tranne me, zero assoluto. Quando dovevo andare a fare pratica, l'unico colloquio che i miei mi rintracciarono fu con un Tizio che faceva sostanzialmente l'amministratore di condomini. Ringraziai e scappai a gambe levate. Ancora adesso mio padre non capisce perché non sono restato con quella così brava persona.
Mi arrangiai benissimo da solo. Mio padre mi comprò il primo codice commentato (un Cian Trabucchi), mia madre il computer e mi pagò la prima annata del Foro Italiano. Satis.
Le dritte che mi diedero furono a dir poco demenziali perché non capivano e non capiscono cosa sia una libera professione. Continuano a chiedermi perché non mi prendo più vacanze.
Se spulciate l'Albo di un qualsiasi foro vi accorgerete che i figli di avvocati non raggiungono il 10%.
Se ne dovrebbe concludere che essere figli avvocati non è necessario per mettersi a fare 'sto mestiere.
4.2. Se ci fosse più concorrenza i prezzi sarebbero più bassi e la qualità migliore.
Incominciamo con i prezzi. Sui giornali vi dicono che i minimi sono inderogabili. Il che è vero solo in teoria. Per Cassazione costante una parte della prestazione può essere gratuita: l'esempio classico è dammi i diritti e gli onorari non te li chiedo. Ma se voglio contenere una parcella mi posso benissimo dimenticare un po' di diritti: togli una collazione qua, un esame documenti avversari là, orpo, mi son dimenticato il mitico corrispondenza e consultazioni (bello ciccio come diritto) e così ti riduco la parcella di non poco. E , sostanzialmente, nessuno mi dirà mai niente per questo. Al limite, faccio la figura del pirla che non sa fare le notule. Ma, allora a cosa serve il tariffario? Serve a tre cose:
    a) a dare il metro al giudice per liquidare le spese di soccombenza
    b) a dare all'avvocato il metro delle sue prestazioni e a creare un certo standard di prezzi
    c) a mandare al diavolo il cliente che molestamente mi chiede lo sconto quando non ho voglia di farlo, potendo sempre ammantarmi della inderogabilità del minimo.
Del resto, tutti i praticanti e i giovani avvocati fanno un po' di dumping, accontentandosi di parcelline risicate.
Sicché quello della libertà dei prezzi è in massima parte un falso problema: c'é già.
Ma, allora, aboliamo il tariffario. No. Intanto la funzione a) (metro per il giudice) rimane. In secondo luogo, avere un riferimento di massima di quanto può valere una prestazione legale garantisce un po' il cliente che, se va in lite con il suo avvocato può almeno aggrapparsi a qualcosa, il tariffario, appunto.
Infine, assicurare un compenso ragionevole impedisce che la qualità del lavoro scada troppo. Un buon compenso NON garantisce che il lavoro sarà fatto bene, ma, almeno, impedisce che l'avvocato possa dire "poco spendi, poco godi".
Insomma, nelle libere professioni è giusto pretendere che il professionista lavori bene: non è saggio metterlo nelle condizioni di dover dire "non me ne vale la pena".
4.3 La concorrenza migliora la qualità del servizio. Alè.
Vabbé, qua andiamo nel fideismo. E' innegabile che un po' di peperoncino nel didietro spinga la gente, avvocati compresi, a lavorare meglio.
Ma è sensato dire che vi sia una relazione lineare tra incremento della concorrenza e qualità?
No.
Incominciamo con una considerazione antipatica: il cliente non è in grado di valutare la qualità del lavoro di un avvocato (come in genere di un libero professionista o anche di un artigiano).
Il cliente, diciamo quasi per definizione, non conosce la materia e pertanto si affida ad uno del mestiere. Siccome non so montare caldaie a gas chiamo un idraulico. Siccome non capisco (anzi, manco mi immagino che possa esistere una cosa del genere) la differenza tra petitum immediato e petitum mediato vado da un avvocato.
Il giudizio del cliente, così, si forma su elementi nel miglior caso marginali, quando non del tutto fuorvianti.
Esempi:
a) L'avvocato Tizio ha uno studio enorme pieno di quadri antichi che valgono una fortuna. Ergo è uomo di successo, quindi è bravo.
Falso. Il nostro avv. Tizio potrebbe essere un rimbambito che, per un qualche colpo di fortuna (amicizie, incontri casuali etc.etc.), ha messo le mani su un bel canale di recupero crediti (cioé qualcuno che gli fa arrivare tante cause di recupero crediti, mediamente la cosa più scema che possa fare un civilista); siccome ha il bernoccolo dell'organizzatore, ha messo su una micidiale macchina che sforna decreti ingiuntivi a raffica ed in tempi brevissimi. In realtà non fa l'avvocato, ma dirige uno stuolo di solerti signorine molto precise nel fare gli atti di recupero. Costui potrebbe essere diventato così ricchissimo ed essere un avvocato men che mediocre.
Questa è la versione soft.
La versione hard suona più o meno così:
Tizio è un magnifico imbonitore e riesce a convincere un po' di imprenditori ignoranti e supponenti dell'utilità delle sue consulenze. Le consulenze che offre sono banalità assolute, quando va bene sono ricopiate dall'esperto risponde de Il Sole24 ore. Però sa adulare il grasso e semianalfabeta impenditore che lo strapaga. E' facile riconoscere questo tipo di avvocati che investono molto di più in vestiti, telefonini e automobili  che in libri. E' pieno di soldi, ma non capisce niente.
Quindi, soldi non sono uguali a capacità giuridica.
b) E' un avvocato molto serio che risponde puntualmente a tutte le mie richieste.
E' un buon indizio, ma, attenzione: il giudizio di nuovo è sulla forma, non sulla sostanza. Potrebbe benissimo dire con tono serio e velocemente un sacco di fesserie. Poiché il cliente non è in grado di sapere se le risposte dategli sono sagge o meno, induce che una persona seria (o che appare tale) farà un lavoro serio e cioé fatto bene. Il che, come tutte le induzioni, potrebbe essere drammaticamente fallace.
Per molti è abbastanza facile assumere il tono serio, parlare lentamente e assumere un'aria vagamente oracolare. E' fumo negli occhi.
c) Ha una segretaria che è una figa da urlo.
Ovviamente ciò non dice nulla sulla capacità del suo datore di lavoro, ma, obbiettivamente, chi frequenta quello studio legale, ritrae indubitabilmente una qualche utilità, almeno a livello panoramico.
d) Conosce un sacco di gente "giusta" (politici, magistrati, pezzi grossi etc.etc.).
E' il fondamento del reato di millantato credito, vecchio come il mondo. C'é solo un dettaglio che sfugge al grosso dei clienti: ma chi ti ha detto che il tuo avvocato abbia voglia di spendere le sue relazioni per la tua miserabile causa da 10.000 euri (parcella stimabile 1500/2000 Iva compresa)? E, sopratutto, la gente non capisce che nei processi le amicizie, le appartenenze politiche e simili fesserie contano poco, molto poco, praticamente nulla. In un processo ci sono due contendenti e, se il giudice si sbilancia troppo verso una parte, l'altra è pronta a impallinare il giudice non imparziale. E prima che un giudice -che sa benissimo di essere sotto tiro di due avvocati- pensi di rischiare la galera per far contento uno dei litiganti.... eh, ne deve passare di acqua sotto i ponti.

e) In aula non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, ho visto come le ha cantate al giudice.
E bravo, hai fatto la sceneggiata ad uso e consumo del cliente e il giudice si è pure infastidito. Ma cosa credete, che un giudice si spaventi perché un avvocato fa la voce grossa? L'unico effetto che si ottiene ad urlare con i giudici è quello di eccitare il loro senso di potere e, visto che fate i bulli, farvi vedere chi comanda. E provate un po' ad indovinare chi fa le spese del desiderio del giudice di far capire chi comanda....
I grandi avvocati non strillano e non urlano: eccepiscono e le loro eccezioni tagliano in due l'avversario. Senza scene e senza menate.
f) Mi fido di quell'avvocato.
Non è un criterio razionale, ma è l'unico di cui dispone seriamente un cliente.

Torniamo alla concorrenza.
Abbiamo visto che il cliente sceglie l'avvocato in base ad una serie di segni esteriori sostanzialmente insignificanti sulla base dei quali il cliente crede (falsamente) di poter fondare un giudizio sulla capacità professionale del legale.
L'aumento della concorrenza e, cioé, la lotta più dura per accapparrarsi il cliente, non produce maggior qualità delle difese perché, non essendo il cliente in grado di apprezzare la qualità della difesa, non sarà influenzato da ciò nella sua decisione di scegliere un avvocato anziché un altro. In altre parole, investire sulla qualità non è funzionale ad accappararsi più clienti.
L'aumento della concorrenza, invece, costringe gli avvocati ad aumentare i segni che i clienti leggono come indicativi di qualità e cioé tutta quella teoria di atteggiamenti e pose che inducono il cliente a pensare (balordamente) di aver a che fare con avvocato in gamba.
In definitiva, l'aumento di concorrenza porta solo ad avere avvocati che spenderanno di più in vestiti, che, invece di studiare, allocheranno più tempo in social relations e in tutta una serie di cose, magari anche belle e nobili, ma che non c'entrano un fico secco con l'arte di difendere.
Sai che business per gli assistiti....

5. Piu che la pende, più che la rende.
Ovvero, gli avvocati hanno tutto l'interesse a far durare le cause di più.
Quasi completamente falso.
Il tariffario forense è costituito, per quel che riguarda il civile, da due tabelle: una degli "onorari" e una dei "diritti".
La pseudoragione per cui esistono 2 tabelle risale ad una situazione che esisteva a moltissimo tempo fa (diciamo ad almeno un secolo e mezzo fa) e cioé a quando la distinzione tra avvocati e i procuratori legali era reale.
Gli avvocati erano le teste pensanti (o presunte tali) che scrivevano le difese e che arringavano: poi c'erano i procuratori legali, garzoni di bottega qualificati, che ricopiavano (tenete conto che si faceva tutto a mano!) in bella scrittura  gli scarabocchi del  principe del foro, aggiungevano le parti ripetitive (p.es., la citazione vera e propria) facevano le copie (a mano, sai che palle!), andavano a chiedere le notifiche e facevano tutta la bassa cucina del lavoro di cancelleria.
Oggi, la distinzione tra le due figure non esiste più: è stata abolita nel 1997, ma, praticamente, erano decenni che la figura del procuratore e quella dell'avvocato erano indistinguibili.
Tuttavia le due tabelle esistono ancora. E' una fesseria, ma di questo ne parlerò dopo.
Gli Onorari e cioé il compenso per l'attività intellettuale vera propria sono determinati tra un minimo e un massimo: questa forcella è variabile in funzione del valore della causa. Per capirsi: per la redazione dell'atto introduttivo di una causa del valore da 5200 a 25900 euro, l'onorario va da un minimo di € 85 ad un massimo di 330 euro; la stessa attività, ma per una causa di valore compreso tra 103.300 e 258.300 euro, viene onorata da un minimo di 500 ad un massimo di 1330 euro.
I diritti, invece, remunerano il lavoro di scarpe e di pazienza dell'avvocato: andare a chiedere le copie di un provvedimento (fai la fila, chiedi,ritorna tre giorni dopo a prendere le copie), chiedere le notificazioni (fai la fila, chiedi, ritorna a prendere l'originale) e tutta la burocrazia che allieta colui che ha perso alcuni anni a studiare vari libroni. I diritti sono variabili per scaglione, ma, all'interno dello scaglione, sono in misura fissa. Per esempio, per chiedere la notifica dell'atto introduttivo, nella causa da 5200 a 25900 euro spettano 16 euro, mentre per aver chiesto la notificazione nella causa di valore tra 103300 e 258300 spettano 32 euro.
Gli onorari o, meglio, le voci di onorario, sono più o meno le stesse per ogni causa: onorari relativi alla fase introduttiva (essenzialmente esame e studio della causa, atto introduttivo), gli onorari per assistere alle udienze e, finalmente, i corposissimi onorari per la discussione finale, scritta (meglio, è pagata il doppio) od orale che essa sia.
I diritti, invece, possono variare molto in funzione di quanta attività viene effettivamente fatta.
Quindi, si dirà, questa è la prova provata che più che la pende più che la rende.
Non è così.
Salvo per le cause di valore microbico, il peso degli onorari è circa il quadruplo dei diritti e questo rapporto tende a crescere con il crescere del valore della causa. In una causa veramente grossa, il peso degli onorari può arrivare a essere anche 8 volte quello dei diritti.
Attenzione: il grosso degli onorari e cioé quelli legati alla fase inziale ed alla fase conclusiva del processo è insensibile alla durata del processo. In altre parole, il 75% circa degli onorari non dipende da quanta attività viene fatta.
All'interno degli onorari, il peso degli onorari per l'udienza è modestissimo. Tornando agli esempi che ho fatto sopra, se l'onorario per la conclusionale nella causa tra i 5 e i 25 mila euro oscilla da 210 a 810 euro, l'onorario per una udienza va da 30 a 80 euro. Insomma, facendo circa 10 udienze (che sono tante per una causa normale) ottengo lo stesso importo della conclusionale.
All'atto pratico, considerando che un minimo di udienze debbono esser fatte, quello che si può fare è riuscire ad aggiungere 3/4 udienze in più del necessario, facendo lievitare la parcella forse del 5/10%.
In compenso l'avvocato che fa questo scherzo ha un innegabile svantaggio: prende i soldi dopo, tanto dopo. Tre o quattro udienze in più significa ritardare la decisione della causa di almeno un anno, se non due.
Ora, la parcella che veramente soddisfa le bramosie economiche dell'avvocato è quella finale: per quanto si possano chiedere acconti, è la notula finale quella sostanziosa.
E allora mi spiegate perché un avvocato dovrebbe essere interessato seriamente a pigliare, che so, 2000 euro tra un anno e mezzo se oggi può farsene dare 1900? Per scoprire che, magari, intanto, il cliente è fallito, partito per il Brasile con una ballerina o semplicemente gli è passata la voglia di pagare il professionista?
In conclusione, i processi non durano tanto perché gli avvocati si inventano scuse per far durare la causa uno spoprosito.
5.1. Un aneddoto.
Correva l'anno 1993. Mia prima causa in Tribunale. Avevo fatto qualche causa in Pretura e dal conciliatore, ma quella era la prima di Tribunale. Mi sentivo fighissimo.
La prima udienza era fissata per il 3 ottobre.
In quel processo, oltre alle udienze diciamo "standard" fu fatto un reclamo al collegio (roba del vecchissimo rito, con cui si protestava contro le decisioni del giudice in materia di prove), furono sentiti due testimoni nel Tribunale della importante città dove si celebrava il processo, mentre altri due testimoni furono sentiti per rogatoria nella Pretura di un paesino dove abitavano questi due testimoni.
Insomma, una attività nel complesso neanche tanto leggera se pensate al giro di carte che comporta un reclamo e sopratutto una rogatoria.
Nell'aprile del 1995 e cioé un anno e mezzo dopo (non male come velocità) la causa era pronta per essere decisa ed era stata fissata udienza di precisazione delle conclusioni. Ma..... ahi ahi.
Primo rinvio disposto dal giudice per la precisazione delle conclusioni al giugno del 1997. Questo solo rinvio, deciso per ragioni inerenti al lavoro del Tribunale (non degli avvocati) era maggiore di tutta la durata del processo fino a quel momento. Incremento della durata del processo circa + 120%. E vai. Intanto, io aspettavo di poter parcellare....
Nel 1997 fu fissata l'udienza di discussione: ottobre 1999. Incremento della durata del processo + 240%. E, intanto, io aspettavo di poter parcellare.
Nell'ottobre del 1999, assegnazione alla sezione stralcio, e, infine, nell'anno del Signore 2001, nel mese di ottobre, la decisione di primo grado. Amen.
Negli 8 anni di causa, gli avvocati avrebbero potuto perfidamente dilatare i tempi per solo per un anno e mezzo. Nei restanti 6 ANNI E MEZZO non era materialmente possibile fare assolutamente nulla.
Ah, finalmente, nel 2001, concluso  il processo, il cliente, che è una brava persona, mi ha prontamente pagato appena vista la mia notula. Quei soldi li potevo prendere solo 6 anni prima. Naturalmente, non posso chiedere gli interessi anche perché il cliente, poveretto, che colpa ne ha?
Comunque di tutto ciò è colpa solo degli avvocati, come appena dimostrato.











postato da: etienne64 alle ore 22:24 | Permalink | commenti (6)
Commenti
#1    20 Giugno 2006 - 10:06
 
Uagliò, hai fatto un trattato. Lo leggerò con calma perché é interessantissimo.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente ziaconcetta

#2    11 Giugno 2008 - 23:26
 
Di tanto in tanto questo post me lo rileggo, e' splendido per forma e contenuti!
P.S
utente anonimo

#3    12 Giugno 2008 - 12:47
 
Bhé.... GRAZIE!
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente etienne64

#4    02 Luglio 2008 - 20:19
 
non credo....
utente anonimo

#5    24 Giugno 2009 - 17:29
 
sono un collega, condivido quasi tutto quello che dici, a parte il discorso sul guadagno degli avvocati

io dopo 3 anni sono riuscito a camminare con le mie gambe e adesso, dopo 9 anni, sto ragionevolmente bene

ma conosco colleghi (anche di 45-50 anni) che tirano a campare e giovani che non riescono ad arrivare a 1000,00 euro lordi al mese
utente anonimo

#6    14 Luglio 2009 - 13:47
 
Anch'io spesso mi rileggo questo articolo!
Grandeeeee!
utente anonimo

Commenti

categoria:varie, riflessioni, avvocato