martedì, 14 luglio 2009
Il crucifige e la democrazia di Gustavo Zagrebelsky

La mancata concessione della grazia a Gesù è una di quelle cose strane che hanno sempre fatto discutere. Perché al tuttosommato mite Gesù è preferito il sanguinario Barabba?
Perché non lo sapremo probabilmente mai, ma sappiamo che Ponzio Pilato si adeguò alla opinione della gente.
Fra i vari che si sono occupati della faccenda, oltre a Bulgakov, c'é stato anche Hans Kelsen che volle vedere nell'episodio evangelico una metafora del conflitto tra dogmatismo e relativismo, dove, ovviamente, Gesù rappresenta il dogmatismo e Pilato il relativismo "democratico": non essendoci nulla di certamente vero, valga alla fine quel che vuole il popolo che, almeno, garantisce un procedimento decisionale condiviso.
Il libro si snoda, così, in una lunga, a volte un po' dispersiva confutazione dell'assunto kelseniano. La posizione di Z. è decisamente più complessa e, se si supera uno strano sentimento misto di imbarazzo e fastidio per il goffo uso che Z. fa delle fonti testamentarie, decisamente più accattivante.
Z. osserva che tanto il dogmatismo quanto lo scetticismo (la schespi come la chiama Z. andando a pescare nei meandri più reconditi della vigna del vocabolario) possono convivere con democrazia e, anzi, farsene specularmente intransigenti paladini. Tuttavia, né relativismo né dogmatismo amano di amor sincero la democrazia, dacché entrambi, se la lodano, è solo per trarne vantaggi: "se ne servono, se e fino a quando può servire"
L'autore così teorizza una "cosa" che chiama "democrazia critica", un qualcosa  la cui "esigenza etica non è la verità o la giustizia assolute, come per lo spirito dogmatico, ma tra tutte le possibilità, la ricerca orientata al meglio, un'esigenza che soltanto lo spirito radicalmente scettico potrebbe negare, in nome di una tentazionme assolutistica rovesciata"

Come dicevo, non tutta l'esposizione è costantemente accativante. Non so bene se per gonfiare le pagine o per raccontare i frutti di una sua ricerca personale, Z. talora si perde  in una  analisi  dell'episodio come raccontato sopratutto da Marco e da Giovanni di dubbio valore e blandamente contradditoria con l'assunto iniziale di voler assumere l'episodio come "paradigmatico". Sicché, tra pesantezza dello scritto (Z. è un insigne giurista e i giuristi quando scrivono sono geneticamente barbosi) e intuizioni e/o suggestioni davvero provocanti (è un insigne giurista, mica un cretino!) si arriva alla conclusione che merita ricopiare: "... l'atteggiamento più prossimo alla democrazia - alla democrazia critica- è piuttosto quello di Gesù [...] quel Gesù che, silente. "fino alla fine" invita al dialogo ed al ripensamento; che tace, aspettando "fino alla fine". [...] Purtroppo però per noi , poiché a differenza di lui, non siamo così sicuri che resusciteremo dopo tre giorni, non possimao attendere "fino alla fine" [...] Della democrazia critica la mitezza [...] è certamente virtù cardinale. Ma solo il figlio di Dio potè essere mite come l'agnello muto. Nella politica, la mitezza, per non farsi irridere come imbecillità, deve essere una virtù reciproca.

Insomma, un gran bel libro.

Chiuso il libro, un'immagine mi si è affacciata alla mente: il limite. Vi ricordate quelle belle curve che elegantemente lambiscono l'asintoto? Ecco, quelle. Non toccheranno mai la vicinissima, ma irragiungibile, retta: mitemente, appunto, al loro limite tendono.




postato da: etienne64 alle ore 14:36 | Permalink | commenti (4)
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