giovedì, 11 dicembre 2008
Difesa degli avvocati scritta da un pubblico accusatore di Paolo Borgna

Di solito, magistrati e avvocati mugugnano l'un contro l'altro. Talora, si rendono conto di essere perfettamente complementari e così parlano del loro specchio.
Non è un compito facile, dopo Calamandrei.
Borgna però, con un po' di incoscienza ci prova e, tuttosommato, riesce a fare una cosa graziosa.
Il libretto si atteggia come una bonaria paternale di un vecchio magistrato ad un giovane uditore che si è lasciato sfuggire un moto di stizza nei confronti dei petulanti avvocati. E così inizia a ricordare gli avvocati eroi: dal poco ricordato Fulvio Croce, Presidente dell'ordine degli Avvocati di Torino, nominato d'ufficio difensore di vari brigatisti e dalle BR e assassinato per aver continuato la difesa dei suoi assistiti, a Giorgio Ambrosoli, liquidatore della Banca Privata Italiana, assassinato per aver svelato i tramacci di Sindona. non senza dimenticare altri avvocati martirizzati dal fascismo.
Nel capitolo seguente, Borgna ricorda al suo giovane uditore l'importanza della dialettica
e quanto si può imparare da un avversario determinato, esemplificando il discorso con utilmente raccapriccianti esempi di processi "popolari"; il libretto prosegue illustrando, con riferimento specialmente al processo penale, le difficoltà dell'avvocato e i travagli dello stesso; infine, nell'ultimo capitolo, inevitabilmente, la riflessione cade più che sulla avvocatura, sulla magistrratura e sui rischi che questa corre e di come, tuttosommato, l'avvocatura sia e resti il miglior alleato del magistrato.
Il libro è indubbiamente piacevole e, non posso negarlo, dopo averlo letto, ho provato sincera gratitudine nei confronti del dott. Borgna. Dopo aver discusso con un cancelliere di tempi di consegna delle copie, fa piacere che un magistrato ci dica che non siamo delle merdacce.
Dicevo all'inizio che il compito che si è assunto Borgna è, dopo Calamandei, difficile.
Effettivamente, Borgna è pesantemente tributario di Calamandrei non solo nell'impostazione generale (parlo del mio complemento per parlare alla fine di me nella assoluta convinzione della necessaria presenza di entrambi), ma anche nel modo di affrontare il problema. Demerito di Borgna? No, non direi. Gli è che Calamandrei è davvero troppo perfetto da far quasi rabbia: insomma, che dire di più dopo l'Elogio?
E con Calamandrei il problema è costante: come diversamente definire il gesto del giudice che inviata a stringere se non come "dita chiuse a carciofo" o, secondo un aneddoto raccontato da Cacciavillani, in quale altro modo pacatamente, ma con assoluta fermezza, esigere l'attenzione della Corte se non come disse il toscanaccio, quando, ad un Presidente di Cassazione che gli faceva presente che la Corte conosceva perfettamente il fatto ed il diritto, replicò che se la Corte conosceva il fatto ed il diritto, gli avvocati conoscono le sentenze che la Corte ammanisce?
Insomma, Borgna ha fatto un pregevole lavoro e, va detto a sua lode, ha avuto il coraggio di mettersi in inevitabile competizione con uno dei più bei libri mai scritti da gente togata. Forse dal confronto Borgna risulta perdente, ma solo ai punti: il che, visto l'avversario con cui si è confrontato dovrà essere ascritto a sommo onore del temerario scrittore.
C'é un unico neo in tutto il libretto e cioé il continuo riferimento al processo penale, zavorra che l'autore si porta dietro per ovvia deformazione professionale. Certo, la luce e la beltà splendono solo nel processo civile e in quello del lavoro in particolare, ma, insomma, perdoneremo al nostro autore questo peccatuccio, alla fine veniale
.

postato da: etienne64 alle ore 20:44 | Permalink | commenti (12)
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