venerdì, 22 giugno 2007

Un brillante esercizio di retorica non perelmeniana

 

Mi son letto “I Nullafacenti” di Ichino e non mi ha convinto neanche un po’.

Dice Ichino: nella P.A. c’è una certa aliquota di assoluti nullafacenti che ciucciano lo stipendio senza rendere alcuna prestazione utile o, addirittura, rendendo una prestazione la cui utilità è negativa e cioè genera costi ulteriori oltre la paga erogata ai nullafacenti.

Il primo problema che Ichino deve affrontare è la definizione di nullafacente.

Non è mica tanto facile definire il nullafacente: lo stesso Ichino si accorge che non è possibile considerare solo il “prodotto” del lavoratore, dacché la produttività del lavoratore è frutto sia dell’impegno del lavoratore, quanto della capacità dell’organizzazione di utilizzare la prestazione lavorativa resa.

Ichino tuttavia, non ha dubbi: in primo luogo, “le tecniche di valutazione dell’efficienza e della produttività sono venute perfezionandosi molto nell’ultimo ventennio”. Ah sì? Domanda non al prof., ma all’avv. Ichino: lei consiglierebbe di licenziare un dipendente privato sulla base di valutazioni di scarsa produttività? Non so la risposta, ma suppongo che sia no. La mia di piccolo e sfigato avvocato di provincia sarebbe senz’altro “non ci pensi neppure!”. E il motivo è molto semplice: il licenziamento per scarso rendimento è difficilissimo in qualsivoglia settore in ragione della mostruosa difficoltà di definire in modo obbiettivo ed univoco lo scarso rendimento. Sicché, quando si arriva alla controversia, il datore di lavoro solo eccezionalmente può offrire al giudice una prova obbiettiva dello scarso rendimento del dipendente, con la conseguenza che, onus probandi incumbente eo cui dicit, non eo cui negat il paron perde la causa.

Ma Ichino frigge: insomma c’è gente che non fa un colpo dalla mattina alla sera, lo sapete tutti! E siccome a Ichino piace tanto rivestire tutto di una patina di analisi economica del diritto, egli non riesce a limitarsi ad esortare i dirigenti pubblici ad aprire procedimenti disciplinari nei confronti dei nullafacenti (unica cosa sensata), ma deve tirar fuori un criterio vagamente matematico per far secchi i fancazzisti.

E qual è il criterio per stabilire che taluno è un nullafacente? Ma ovviamente che è un nullafacente. Ovvio. Carnap sosteneva che solo le tautologie sono vere. E Ichino pare essere un discepolo fedele di Carnap. Peccato che le tautologie non servano a niente.

Tuttavia, Ichino è più colorito e chiama la tautologia “Elephant test”.

Ehhh?

L’Elephant test, cari i miei zoticoni, “è il test che i giuristi anglosassoni contrappongono alle nostre disquisizioni bizantine, nei casi in cui non ce n’è alcun bisogno: se vedi un elefante, non occorrono tecniche di valutazioni sofisticate per qualificarlo come elefante”.

Purtroppo, pare che il prof. Ichino non consideri attentamente il fatto che alla regola dell’elefante si contrapponga quella del rinoceronte (regola che, per ragioni di diritto d’autore, proclamo essermela inventata io in questo momento).

In termini di logica quasi formale la regola del rinoceronte assume questa forma

A è A e non A è non A (cazzo!)

Per illustrare adeguatamente la sconvolgente portata della regola del rinoceronte, sarà opportuno por mente ad un caso concreto con i soliti protagonisti: AdP avvocato del padrone (nel caso di specie, della P.A), AdL (non Argomenti di diritto del lavoro, ma Avvocato del lavoratore) e G (Giudice).

AdP: Signor Giudice! E’ manifesto che il lavoratore è un cialtrone, un disonesto, uno privo di spina dorsale, insomma (svolazzo di toga, anche se in primo grado non si usa) UN NULLAFACENTE!”

G: “Uhm, bene avvocato, come intende provare queste circostanze?”

AdP: Ma… (sorriso a 48 denti) naturalmente con la prova dell’elefante, già ritualmente dedotta nella memoria di costituzione ex art.416 c.p.c.: l’Elephant test che, essendo regola dei giuristi anglosassoni, rifugge dai torbidi nostri bizantinismi! Se vedi un elefante è inutile fare tanti ragionamenti, è un elefante!

G: (folgorato dalla giurisprudenza anglosassone e dalla cultura di AdP si accascia sulla cattedra)

AdL (sommessamente): Scusi, Giudice, vorrei che lei considerasse il problema del rinoceronte….

G. (ormai pressoché certo di non vivere nella realtà) Del rinoceronte?

AdL: Eh si, perché, vede, se è vero che è inutile fare dei bizantinismi quando si incontra un elefante, è altrettanto inutile stare a sofisticare quando si incontra un rinoceronte: se vedi un affare con quattro zampe, bello grosso, e con un corno sulla fronte quello è un rinoceronte.

AdP: Ahm… (si sta innervosendo)

G: (nel dubbio se trasmettere tutto in procura per oltraggio a magistrato in udienza o andare da uno psichiatra esperto in allucinazioni): ….e quindi?

AdL (novello Euatlo): e quindi, se è vero che il mio cliente è un cialtrone per lo stesso motivo per cui è vero che un elefante è un elefante, allora dovrà essere anche vero che il mio cliente è un vero stakanovista, un luminoso esempio di dedizione al dovere, alla famiglia e financo alla patria, perché di fronte ad un rinoceronte (la manifesta laboriosità del mio cliente) è inutile sofisticare: è un rinoceronte. Ah, solo un appunto: poiché l’onere di provare l’esistenza della situazione legittimante il potere di recesso grava sul recedente (il padrone o la Pubblica amministrazione) è evidente che il rinoceronte batte l’elefante.

G. (si alza e bruscamente) In Nome del popolo Italiano, questo Tribunale condanna e stracondanna il Ministero Pinco Pallino a … (omissis, perché questo blog lo potrebbero pure leggere dei bambini).

I due avvocati escono dall’aula e AdP fa al collega AdL: “Ma com’è possibile?” e AdL, perfido: “Si vede che non hai mai letto Salgari… il rinoceronte incorna sempre l’elefante!”

Insomma, è semplicemente incredibile come uno studioso di vaglia (Ichino è l’unico che sia mai riuscito a dare un contenuto reale e decente alla nozione di subordinazione, cosa questa che dovrà andare a suo sempiterno merito) possa spacciare la petizione di principio come un qualcosa di rivoluzionario e risolutivo. Insomma: clap clap, standing ovation e facciamo pure la ola. Un retore formidabile. Peccato che non abbia detto nulla.

Piuttosto, viene insistentemente insinuata una idea che è falsa: nessuno nella P.A. rischia nemmeno una riduzione di stipendio se non lavora. E’ falso. Negli Enti previdenziali (INPS e INAIL), per esempio, il premio di produzione può essere erogato solo al 75% del personale. Non ci son santi: il 25% non becca quella che, de facto, è la 14°. E gli obbiettivi di produzione esistono in buona parte delle P.A.

Tiremm innaz, diceva quel tale.

Acclarato che i nullafacenti esistono (e, a riprova, Ichino ricopia quanto scritto in un forum aperto sul sito del Corriere della Sera dopo alcuni suoi articoli dove dozzine di frustrati hanno vomitato il loro senso di superiorità morale nei confronti dei nullafacenti pubblici) e che oltre ad esistere sono perfino identificabili, si pone la celebre domanda del compagno Vladimir Il'ic Ul'janov : Che Fare?

 
Semplice, dice il Nostro: costituiamo un apposito organismo, l’OIV, Organismo Indipendente di Valutazione che ogni anno stilerà una graduatoria.

Il 99% si salverà (magari con l’esclusione dai premi di produzione), ma il moloch chiederà che un 1% all’anno venga licenziato.

Ichino così, costruisce una specie di procedura ex l.223/91 (quella dei licenziamenti collettivi) in cui l’elemento qualificante parrebbe essere la previsione per cui il lavoratore che impugni il licenziamento deve indicare chi, a suo giudizio, dovrebbe essere il lavoratore meno meritevole di lui destinato alla geenna.

Una osservazione fondamentale. Ichino crea, insomma, una nuova procedura di licenziamento. Al di là del merito della stessa, perché questa dovrebbe funzionare di più di quelle già esistenti? Ovviamente il lavoratore licenziato può sempre impugnare il licenziamento facendo valere mille e un vizio del procedimento: dalla definizione dei livelli di performance accettabili, alla valutazione della sua prestazione come inadeguata –come visto il vero scoglio su cui si infrange spesso il licenziamento per scarso rendimento-, ovvero trovare un qualsiasi vizio formale.

Il problema è sempre quello: non esiste meccanismo al mondo che possa funzionare se non lo si vuol far funzionare.

Ichino, infatti, ammette che uno dei problemi è dato dal timor panico dei dirigenti ad essere chiamati avanti alla Corte dei Conti a rispondere dei danni provocati da un licenziamento cannato. Per non aver storie, i dirigenti non licenziano. Ma, beato signor, perché l’ignavia e l’insipienza dei dirigenti dovrebbe essere più scusabile della fannulloneria del portinaio?

E, se proprio si vuole aprire un discorso, questo sarebbe quello sulla responsabilità dei dirigenti pubblici, di solito perfettamente irresponsabili, salvo il rischio, modesto ma non trascurabile, che un Procuratore presso la Corte dei Conti si svegli una mattina chiedendo valangate di soldi per le scelte fatte dai dirigenti.

Ma, retore sublime, Ichino tappa la possibilità di far notare che il pesce puzza dalla testa: questo è “benaltrismo” e cioè “l’atteggiamento di chi squalifica una proposta di intervento concreto […] osservando che la questione è “ben altra””.

Se ha ragione Ichino a dire che il benaltrismo può essere un espediente retorico per evitare una discussione sgradita, è anche vero che il benaltrismo può diventare un espediente dialettico per giustificare la propria ostinazione. Esempio. “Gianni, la mia automobile non funziona, è sicuramente il carburatore” “No, sior Piero, manca carburante” “Gianni, la smetta di essere benaltrista: bisogna mettere a posto il carburatore!” “Sior Piero, la ga un diesel…..

Insomma, nel pubblico impiego esiste la possibilità di licenziare (e, inter nos, qualche volta pure si licenzia).

Il vero problema è che non si vuole licenziare. E questo problema non lo risolve alcun OIV (che poi sarebbe solo una specie di commissione di disciplina già prevista dal TUPI).

Non trovo, però, affatto condivisibile la manusetudine nei confronti dei dirigenti: sono strapagati (checché ne dicano loro, guadagnano più di un dirigente privato: mica tutti i dirigenti sono Tatò o Marchionne!), megalomani e sconclusionati. Anzi: spesso i licenziamenti saltano per aria perchè i predetti dirigenti strapagati si ingarbugliano proprio in quelle procedure che dovrebbero dominare con massima sicurezza. E perché mai dovrei comprendere e capire i timori di un Tizio che, pagato 10.000 euri netti al mese, non sa nemmeno che bisogna fare la contestazione disciplinare ???

Che poi, esista un problema di cultura sindacale di difesa di certi sciagurati è in parte vero... ma il discorso ci portrebbe molto lontano, sulla squallida piaggia delle preferenze sindacali, argomento questo che 'stasera non ho voglia di discutere.


postato da: etienne64 alle ore 19:37 | Permalink | commenti (52)
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venerdì, 22 giugno 2007
Pace e serenità.

I nostri maggiorenti si dolgono che il parlamento promulga troppe poche leggi.
Ma l'Italia non era afflitta da troppe leggi?
Finalmente un po' di pace.

postato da: etienne64 alle ore 01:01 | Permalink | commenti
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