lunedì, 30 ottobre 2006

La pubblicità degli avvocati in pratica.















Questa pubblicità ci è stata mandata via mail dal nostro Ordine che dice di averla trovata su "Repubblica" del 15.10.2006.
L'Ordine si è astenuto da ogni commento e, pedessiquamente, anch'io mi astengo.
Voi cosa ne pensate?


postato da: etienne64 alle ore 11:51 | Permalink | commenti (13)
categoria:varie, riflessioni, avvocato
domenica, 22 ottobre 2006
L'art.4 del CCNL Multiservizi

Il CCNL "Multiservizi", già contratto del pulimento, è applicato da molte imprese di servizi: pulizie, stand fieristici, servizi di portineria e cose del genere. Più o meno è il CCNL del terziario povero: il CCNL commercio regola il lavoro dei commessi, quello multiservizi il lavoro della gente dell'impresa che fa le pulizie in negozio.
Il settore è per sua natura un settore di gente che prende e perde appalti (di servizio): oggi becco un appalto per pulire la catena di negozi XYZ, domani arriva un concorrente che fa un prezzo migliore e l'appalto non mi viene rinnovato.
Questo continuo avvicendarsi di appaltatori fa sì che ad ogni "cambio appalto" si ponga il problema del personale addetto all'appalto: se l'impresa "perdente" non ha dove impiegare altrove il personale , la prospettiva è quella di un licenziamento.
Questa prospettiva è invisa sia ai lavoratori (ovviamente), sia (meno ovviamente, ma non meno intensamente) alle imprese.
Per le imprese, infatti, aprire un licenziamento collettivo significa assumrsi tutta una serie di grattacapi: costi (il contributo d'ingresso), rischi (i licenziamenti collettivi sono una specie di trappola per topi, in cui sbagliare è facilissimo), oneri legati ai tempi molto spesso non compatibili con la rapidità dei tempi di disdetta del contratto di appalto da parte del committente, vincoli nelle future assunzioni (più o meno, nel semestre successivo ad un licenziamento col. non si potrebbe assumere personale con il medesimo profilo e quello licenizato ha il diritto di precedenza).
Per cercare di ovviare a tutti questi fastidi, i vari operatori del settore hanno fatto varie cose: sono riusciti ad ottenere una delirante circolare del Ministero del Lavoro secondo cui in questo caso non si applicherebbe la 223/91 (quella sui lic.coll.) circolare che, ahiloro, è stata reiteratamente macellata dalla Cassazione; e poi, d'accordo con i sindacati che, come visto, avevano un convergente interesse a garantire l'occupazione, hanno fatto l'art.4 del loro CCNL.
Che dice di bello 'sto art.4? Nella sostanza una cosa molto semplice: chi subentra in un appalto di servizi è obbligato ad assumere il personale impiegato in quell'appalto dal precedente appaltore.
La disciplina, come tutte le discipline pattizie, funziona solo se sia applicabile a tutti e se nessuno fa il furbo. Siccome tra i miei pochi lettori i legulei praticamente non ci sono, vi risparmierò le affascinanti questioni che sorgono quando le cose non vanno come dovrebbero andare.
Quello che mi preme sottolineare è che 'sto contratto, che più volte ho sentito definire "sacro" dagli stessi imprenditori, è la negazione del senso dell'outsourcing ed, anzi, dimostra come le c.d. esternalizzazioni hanno come unico sostanziale fine quello di bidonare i lavoratori.
(breve sospensione per cambiare la piccola che se l'è fatta addosso... to be continued)
Ahm, torniamo a noi.
Consideriamo due cosucce:
a) le retribuzioni tendono a crescere;
b) i profitti, in ragione della concorrenza, tendono a calare.
E' intuitivo che, così essendo, nel giro di un certo lasso di tempo, i ricavi saranno pari alle retribuzioni (ovvero, saranno di poco superiori, dovendo coprire, comunque, un minimo di costi generali). La cosa ricorda abbastanza da vicino il meccanismo dei profitti decrescenti di Ricardo.
Come possono reagire le imprese a questa non allegra prospettiva?
In realtà in nessun modo, dacché negli appalti sontuosamente definiti "a bassa intensità tecnologica" (p.es, le pulizie)  non ci sono grandi possibilità concrete di cambiare l'organizzazione del servizio ed ottenere così migliore produzione con costi minori: dove la prestazione di manodopera è predominante, i limiti della perfomance lavorativa sono sostanzialmente inalterabili, essendo inalterabili i limiti degli uomini che prestano quel tipo di prestazioni lavorative.
L'unica cosa che le imprese possono tentare di fare, oltre a cercare di contrattare migliori prezzi (cosa la cui fattibilità è inversamente proporzionale al numero di imprese operanti in quel mercato e cioé è inversamente proporzionale al "tasso" di concorrenza), è cercare di avere un costo del lavoro più basso cosa questa fattibile, se si rimane nei limiti di legge, assai poco.
Sicché, un sistema che impedisca alle imprese di cambiare il personale è sostanzialmente un cappio che lentamente strangolerà le stesse imprese appaltatrici di servizi.
A questo punto, mi vien da porre alcune domande:
1. Perché dovrebbe essere desiderabile un sistema del genere?
Cioé, perché dovrebbe essere desiderabile consentire che delle imprese si scannino essenzialemente a vendere la pelle dei loro lavoratori al minor prezzo possibile?
Non riesco a trovare nbessuna risposta plausibile. Anche a non voler invocare i principi enunciati ancora nel 1919 dall'OIL (il lavoro non è una merce), resta il fatto che legittimare un sistema che, pare inevitabilmente, si regge sul sotto pagare i dipendenti, non mi pare bello.
2. Quali effettivi vantaggi ne riceve il committente?
Minor costo del lavoro? No. Trattandosi di servizi assai semplici, che vantaggio si ha a pagare un servizio che se autoprodotto costerebbe probabilmente meno perché non sconterebbe la maggiorazione necessaria per assicurare l'utile dell'appaltatore?
L'unico vantaggio pare essere quello della apparente più facile licenziabilità dei lavoratori sgraditi. Anziché licenziare, risolvo il contratto di appalto. In realtà, però, con il sistema appena visto dell'art.4 Multiservizi, il lavoratore si radica al servizio come una cozza diventando molto più stabile dello stesso appaltatore. Allora, l'utilità in più per il committente sarebbe quella di rifilare all'appaltore i rischi del licenziamento. Più o meno così:
Committente (C) "Fammi fuori la Mariolina che non la sopporto più".
Appaltore (A) "Ho parlato con l'avvocato e mi ha detto che non è tanto facile...."
(C) "Cazzi tuoi, falla fuori o recedo dal contratto."
(A) (mezz'ora dopo, al telefono) "Avvocato, deve assolutamente trovare un modo per licenziare la Mariolina, è in ballo il destino dell'azienda, del mondo, della galassia etc etc.
Avvocato (avv). "Guarda che di nome non faccio Silvan.... fo l'avvocato, non il prestigiatore"
Per quanto gli appaltori di servizi possano non risultar simpatici (in effetti, non lo sono), continuo a non capire perché dovrebbe essere desiderabile questo shifting di rischi connessi alla (sostanziale) violazione di norme imperative in materia di licenziamento.
Si potrebbe ancora dire che conviene perché l'appaltatore applica un CCNL meno oneroso (paghe più basse). Teoricamente sì, in pratica no, dacché, sempre come insegnava il buon Ricardo, sotto una certa soglia i salari non vanno: chiamalo minimo vitale, chiamala utilità marginale, il risultato non cambia. Sicché, all'atto pratico, tra il salario del livello più basso del Multiservizi e il salario del livello più basso p.es. del Commercio&Terziario non ci sono enormi differenze (circa 6,2 euro/ora in entrambi i casi)
Migliore efficenza gestionale e quindi economica del servizio reso da parte dello "specialista"? Mah...
    La ragione che di solito sento spendere per giustificare la convenienza delle esternalizzazioni è che l'appaltore sa far meglio di  me ed a minor costo certe cose. In effetti casi in cui ciò avviene esistono e non sono nemmeno pochi. P.es. la redazione delle buste paga: un consulente del lavoro ammortizza il costo del programma per le buste paga (il principale costo di un CdL) su tutti i suoi clienti, io lo ammortizzo solo sul numero di lavoratori alle mie dipendenze. Aggiungi pure che il CdL è supponibilmente più bravo dell'impiegata a fare le buste paga e, magia, il giuoco conviene effettivamente. Se l'impresa è piccola. Nelle grandi imprese, infatti, la redazione delle buste paga è fatta in casa. Ed esempi del genere se ne possono fare davvero parecchi.
Però, tutti gli esempi che mi vengono in mente presuppongono servizi che importino un investimento di capitale significativo. Il che è naturale: assumendo, un po' grossolanamente, che il costo del lavoro sia costante, il vantaggio reale che l'appaltatore può offrire è quello delle economie di scala sui propri investimenti (nell'esempio di prima: l'impiegata costa al CdL più o meno quello che costa a me: il costo, invece, che il CdL sopporta per il software è, rispetto alle buste paga di cui ho bisogno di gran lunga inferiore).
Ma che economie di scala può significativamente realizzare un appaltore ove i costi siano dati per la stragrande maggioranza dal costo del lavoro?

E su tutto ciò grava 'sto art.4 Multiservizi che rende impossibile cercar di risicare qualche piccolo vantaggio giocando proprio sul costo del lavoro.
E allora, mi piacerebbe tanto che qualcuno mi spiegasse francamente perché si continua a dire che l'outsourcing è la chiave o una delle chiavi del successo dell'impresa moderna.




postato da: etienne64 alle ore 13:22 | Permalink | commenti (11)
categoria:varie, riflessioni, avvocato
venerdì, 13 ottobre 2006
Mestre  h.08.30

Quarto d'Altino, oggi va bene si passa veloci, l'enorme serpentone di camion avanza lentamente ma regolare.
Mentre infilo la Viacard  nella macchinetta con la coda dell'occhio vedo un furgoncino fermo poco oltre il casello.
Oddio, com'è la fila più avanti? No, a posto, sono solo alcune macchine ferme.
Inizio ad accelarare.
Pochi secondi, vedo tante cose.
Un furgoncino passeggeri rumeno.
Una pattuglia della finanza.
Il bagagliaio della corrieretta aperto.
Borse piccole. I rumeni si accontentano di poco.
Un rumeno guarda il traffico che passa e incrocio il suo sguardo. Ha paura.
Il finanziere che tiene la mitraglietta è teso, l'arma non ciondola tranquilla come al solito.
Ci sono troppe borse per terra. Stanno cercando qualcosa.
Un passeur? Forse. Gente che viene in Italia con una borsetta che è la metà di quella che mi porto in giro io quando sto fuori la notte. Finanzieri che fanno il loro dovere. Paura. Il dito dentro il ponticello.
Il traffico continua, cambio marcia, continuo ad andare avanti per fare il mio lavoro che mi farà guadagnare molto di più di quanto quella gente ferma guadagna in un mese.
5 secondi e oggi non è più una bella giornata.
postato da: etienne64 alle ore 13:09 | Permalink | commenti (8)
categoria:
lunedì, 09 ottobre 2006
Così si vince la sfida della competitività

Leggo oggi su D&G Diritto e Giustizia (36/2006, p.66) un articolo di Giovanna Stumpo "Lo studio legale dopo la legge Bersani. Così si vince la sfida della competitività"
L'autrice, dopo aver ricordato che il nostro paese sta attraversando una fase di grandi mutamenti che determinano una "internazionalizzazione dell'attività" a cui si affianca un "diverso modo di lavorare" determinato dalle nuove tecnologie.
E' necessario, così, sostiene l'autrice,  che le modalità organizzative "diventino il più possibile efficenti, rapidi standardizzate/standardizzabili per tipologie di cliente target e anche che la gamma dei prodotti/servizi da offrire divenga il più possibile, ampia, completa, diversificata".
A questo punto, bisogna passare "da professionista a uomo d'impresa" in cui, par di capire, il nocciole centrale sia "imparare ad alzare gli occhi dalla pratica, per confrontarsi con il mercato e gli attori che in esso operano".
Seguono varie considerazioni sul marketing degli avvocati e sull'importanza di collocarsi nel mercato e infine "Diritto all'obiettivo", essere vincenti sviluppando i seguenti punti:
    - capire contenuti e finalità dell'incarico affidato;
    - assicurare competenza e performance adeguate alla soluzione dei problemi ed al raggiungimento degli obbiettivi del cliente;
    - anticipare i problemi, prevenendoli,
    - fungere da punto di riferimento costante per il cliente;
    - garantire la qualità deò servizio;
    - utilizzare stime di costi ragionevoli e rapidità nei tempi di risposta;
Infine, rimanere sempre propositivi.

Più o meno, non c'é una virgola che io possa condividere.

Grandi mutamenti. Che ci siano delle cose che stanno cambiando è vero. Che questo determini delle sconvolgenti novità, no. In buona sostanza, l'allargamento della UE e l'affacciarsi della Cina può rendere opportuno saperne qualcosa di più di diritto internazionale (e, infatti, mi son dovuto mettere a studiarlo). Questo se si lavora con le imprese. Altrimenti, me ne posso felicemente sbattere. Il fatto di dover saperne qualcosa di più di internazionale non mi cambia la vita.
Nuove tecnologie. Questa delle NT è semplicemente un idolo. Mi dovete spiegare cosa ci sia strutturalmente di così diverso tra spedire una lettera dal fare una mail. La mail è più comoda e più economica: non mi devo alzare per andare in posta e ha un costo un centesimo di volte inferiore. Ambhé? Quando torno da un'udienza devo notiziare il cliente. Facendolo via mail semplicemente risparmio un po' di fatica. Sai che differenza.
I computer. Un mio amico informatico mi sfotte sempre dicendo (a ragione) "Tanto, per l'uso che fai tu di un computer...". Un vecchio e rispettabilissimo ingegnere, invece, qualche tempo fa mi faceva vedere con gli occhi lucidi di emozione che il suo programma gli calcolava un'arcata bella ciccia in un'ora e mezza: con il suo primo IBM, un 8086, ci metteva circa 12 ore e, prima ancora, a mano ci mettevano in tre quasi tre settimane. Ah, bhè, per lui la differenza c'é, eccome. Ma, per me, tra usare Word attuale o WordStar 3.4. la differenza è davvero modesta.
Le banche dati. Comodissime, non vivrei senza. Infatti per avere 28 anni di giurisprudenza avrei dovuto occupare circa 4,5 metri di scaffali (robusti) per i repertori e circa il quadruplo per avere una ragionevole selezione delle sentenze per esteso. Invece adesso, un bel DVD e tanto spazio (e soldi) risparmiati. Però, il modo di fare ricerca non è molto diverso e il tempo che ci metti non è di gran lunga inferiore (a saper maneggiare gli indici di un repertorio si corre come delle scheggie e i DVD sono organizzati con la stessa logica: la ricerca con stringhe, tipo Google, è un po' barbarica e i risultati sono mediocri).

Ma quello che più mi raccapriccia è l'esortazione ad "alzare gli occhi dalla pratica".
Neanche per idea!
Primo, perché la "pratica" è la parte divertente del lavoro: rompermi le palle con i clienti, stare a sentire le loro lagne (e la serequa di cazzate che dicono), occuparmi di fatturare, correre dietro ai fetenti che, con logica d'impresa, non ti pagano, mi annoia e mi indispone. Scrivere atti o arringare, bhé, quella è un'altra facccenda.
Secondo, perché non capisco la ragione per cui oggi il contorno è sempre più importante e la ciccia sempre meno. Vai al ristorante, ti servono piatti che paiono delle opere d'arte, peccato che non mangi praticamente niente se non 3 chicchi di melograno disposti (artisticamente) sopra 12,5 grammi di carne. Vai dall'avvocato, interni spaziali, segretarie da sesso selvaggio immediato, cartelline con loghi e altre balle del genere e alla fine dici all'avvocato market oriented "Scusi, Tizio non mi ha pagato 'sta fattura: me la farebbe una diffida?" Ma dai, siamo seri.
Ci vuole orgoglio di toga e passione, non aria fritta (come polenta e luganiga al ristorante, non carne al melograno).

Traduciamo, poi, le alate espressioni: "confrontarsi con il mercato". Ma che vuol dire? Semplice, dedicare un tot di tempo ad acchiappare clienti e/o fregarli ai colleghi. E poi, 'sta marea di clienti come li gestisci, visto che alla fine la giornata ha 24 ore? Bravo, hai portato una valanga di pratiche in studio. E chi le fa? L'organizzazione. E cioè? Un brufoloso praticante che non capisce una banana. E quel poveretto che ti aveva dato la pratica pensava che TU, sublime principe del foro, avresti dedicato il Tuo Genio, avresti spremuto le tue aurate meningi per lui. 640 c.p.? No, ma ci siamo vicini, almeno in spirito. Il rapporto con cliente deve essere personale.

Andiamo poi all'obbiettivo.
"Capire i contenuti dell'incarico affidato" Ostrega, mi si sta dicendo che per la sfida globale un avvocato non deve essere completamente mona? Una cosa del tipo: Cliente: "Scusi, avvocato, ho appena ammazzato mia moglie. Ci sono dei problemi dal punto di vista legale?" Avvocato: "Ahm, il caso è complesso, ma credo che preliminarmente il mio staff eseguirà una analisi dei profili legati alla cessione d'azienda nelle sue implicazioni fiscali e lavoristiche, non escludendo la valutazione della convenienza dell'outsourcing". Ma che stiamo dicendo? Che prima uno poteva fare l'avvocato in questo modo? Ma dai. E' ovvio che bisogna capire di cosa si parla.

"Assicurare competenza e performance adeguata alla soluzione di problemi". Si chiama obbligo di competenza e c'é nelle regole deontologiche (nonché di buon senso) da sempre. Tradotto: se non sai fare qualcosa, lascia stare prima di far danni. Quanto alla performance, con tutte le critiche di Mengoni, e in prima approssimazione, vale sempre la distinzione tra obbligazione di mezzi e obbligazione di risultato.

"Avere la capacità di anticipare i problemi". Di nuovo, cosa c'entra l'innovazione, la globalizzazione e l'izzazione di qualcos'altro. "Ho deciso che indicheremo come colpevole del reato a lei ascritto... il Giudice! Siiii, è stato lui a insultare il suo (del cliente) vicino di casa, non lei... Ahah, lo sfido poi a provare il contrario... ecco, gli piantiamo una bella denuncia e via, voglio vedere io!" "Scusi, ma per le ingiurie rischio al massimo una multarella, per la calunnia da 2 a 6 anni..." "Si vabbé, io mi pongo un problema alla volta: adesso la devo far assolvere da quasta imputazione, per il resto vediamo un'altra volta." Di storie del genere, meno colorite, ma molto più terrificanti, purtroppo se ne vedono tante. Ma un avvocato del genere è un deficente senza dover invocare la globalizzazione. Viola la prima regola: pensa alle conseguenze.

"Garantisce la qualità del servizio da prestare utilizzando le risorse migliori e in sintonia col cliente" Ma ancora, sembra che cercare di difendere al meglio il cliente sia un optional: e non è così.

In conclusione, chè la rabbia mi sta scemando e devo fare ancora un po' di cose per domani: la qualità non è un accessorio solo per vendere meglio. L'essenza delle libere professioni non sta nell'esercitare una attività economicamente remunerativa, ma un'attività onorevole (difendere non è onorevole? Vabbé, studia, e poi ne riparliamo). Che poi si guadagni bene non mi dispiace, ma non è quella l'essenza della faccenda.

Per cui: occhi sulla pratica, giù le nuche, e se proprio volete distrarvi, pensate a qualcosa che vi permetta di concentrarvi il più possibile sul difendere, delegando tutte le rotture di balle burocratiche ad altri (che avrete il buon gusto di pagare).




   
postato da: etienne64 alle ore 18:23 | Permalink | commenti (8)
categoria:varie, riflessioni, avvocato
martedì, 03 ottobre 2006
Kattiveria
Sto scrivendo. Squilla il telefono. E' il simpatico responsabile del personale di una società mia cliente.
 "Avvocato" mi fa "ha visto l'art.197 della finanziaria?"
"Boh, no, di che parla?"
"Guardi, si connetta a questo sito e legga
.... "
Avverto un tono beffardo. Mah, vediamo.... Prevenzione delle mutilazioni genitali !?
Si, € 500.000 di fondo per la prevenzione delle mutilazioni genitali. E che è sta l.7 del 2006?
"Ma no, lasci stare, avvocato, si ricordi solo che sono stati stanziati 500.000 euro per le mutilazioni genitali".
Ok, faccio io, un po' rintronato.
"Guardi adesso l'art.85 comma 4....."
Orpo, contributi per gli apprendisti + 10% secco!
"Ha capito adesso a cosa serve il fondo dell'art.197 ?!"

In realtà, il fondo serve per la campagna contro l'infibulazione, vietata alla l.7/06. Tutto sommato è pure una cosa seria. Ma la battuttaccia era troppo bella!

postato da: etienne64 alle ore 19:27 | Permalink | commenti (7)
categoria:
lunedì, 02 ottobre 2006
O il TFR o la vita

Io sono cretino, è cosa notoria.
Pertanto, imploro che qualcuno mi spieghi perché sarebbe così bello fregare una parte del TFR alla gente per destinarlo a usi più o meno fantasiosi.
Diceva Pera (Giuseppe, il lavorista, non Marcello di cui non me ne importa  niente) che non si capisce perché il lavoratore dovrebbe ricevere una parte della retribuzione a fine rapporto, quando è vecchio e rincitrullito, molto più utile essendo un'indennità di giovinezza da destinare ad allegri scopi.
Il TFR è, indubbiamente, una incrostazione sopravvissuta per forza d'inerzia alla vecchia indennità di anzianità che, per dirla ancora con Pera, remunerava la fedeltà all'azienda, con logica paternalistica e reazionaria, ma almeno chiara.
E' anche vero che il TFR, realizzando comunque, un risparmio forzoso ha consentito a molte famiglie di disporre di uno spunto finanziario non indifferente: classico, l'utilizzo del TFR per acquistare la casa al figlio.
Tuttavia rimane il problema: perché il 7,41% della retribuzione (a tanto ammonta l'accontamento TFR) deve essere pagato in un più o meno lontano futuro? Salvo ragioni storiche, non riesco a trovare nessun motivo che possa giustificare questa stramberia.
Mi rendo conto che abolire di punto in bianco il TFR è quasi impossibile. Pensare di aumentare, ad esempio, le retribuzioni correnti del 7,41% dall'oggi al domani significa ritenere gradibile che per i prossimi 3 anni il tasso di fallimenti si raddoppi se non peggio. Per tacere dell'effeto che ciò potrebbe avere sull'inflazione. Non è però assurdo pensare ad una diminuizione del TFR progressiva sino, in un futuro più o meno lontano il totale accorpamento del rateo di TFR alla busta paga mensile.
Quello che mi lascia del tutto interdetto, però, è il sistematico (non è una novità della finanziaria odierna come prospettata dai giornali: ci stanno ronzando intorno, destri e sinistri, da anni) tentativo di pigliare questa enorme mole di soldi e dire autoritativamente "Con questi soldi potrai solo ed esclusivamente fare questo" dove il "questo" può essere un piano pensione, un prestito allo Stato per fare importanti opere pubbliche o qualsiasi altra cosa che salti in testa ai nostri Principi (scusate, governanti...)
Capisco la previdenza obbligatoria e condivido che sia interesse pubblico che nessuno versi in situazioni di indigenza troppo grave, anche se l'indigenza dipenda dalla poca avvedutezza delle persone.
Ma non capisco perché diavolo questa liquidità futura non possa essere lasciata nelle mani della gente. Insomma, con tutti i difetti che ha, il TFR ha consentito ad un sacco di gente di farsi la crociera dei propri sogni, comprare la già citata casa del figlio, il macchinone ambito per tutta la vita, il visone della moglie, o costituire una scorta per far fronte ad un perido di disoccupazione.
Non mi sta molto bene che i nostri Sovrastanti (traduzione  balorda dal bellissimo  termine furlano "sorastans" che assai bene indica i veri rapporti tra cittadini e governanti: va bene anche il piemontese "naja")  debbano considerare bagattellare la realizzazione dei nostri piccoli desideri che annichiliscono a guardarli sub specie eternitatis (l'entità del debito pubblico).
Regalare il visone a quella povera donna che ti ha sopportato per tutta la vita e concederle di sentirsi, magari a 60 anni, una gran figa, sarà piccolo borghese, antiecologico, tutto quello che volete, ma è cosa degnissima. E chi è stato per 30 anni o più col culetto davanti ad un altoforno o si è arabbattato tutte le mattine ad andare in ufficio, a far quadrare i conti, a far laureare i figli e, insomma, a mandare avanti 'sta baracca (perché senza quelle file di formichine che la mattina intasano il traffico, cari miei, saremmo tutti a .... -termine osceno e poco professionale-), ha il sacrosanto diritto di togliersi qualche sfizio.
La cosa poi carina di tutta questa faccenda è che non abbassa affatto il costo del lavoro che rimane, se va bene, invariato. Tradotto: non godono le aziende, non godono i lavoratori gode chi? I Sorastans. Ma basta.







postato da: etienne64 alle ore 13:14 | Permalink | commenti (13)
categoria:varie, riflessioni, avvocato, tfr finanziaria