martedì, 22 agosto 2006
Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!
Si, il titolo del post è un furto ai defunti Carlo e Federico.
No, non voglio fondare un nuovo partito, né esortare a tesserarsi in uno degli innumerevoli partiti già esistenti.
Vorrei solo invitare chi lavora a raccontare il suo lavoro.
Insomma, il lavoro ci occupa una buona parte della vita.
Non è possibile che sia solo uno schifo (ammetto che prima delle ferie avevo tendenze lavoricide.... è normale).
E allora, ci sarà un idraulico che abbia voglia di raccontare come ha risolto quel problema con un vecchio tubo incancrenito, un commercialista che ci dica che cosa si prova a far superare al cliente una verifica fiscale indenne, un fabbro che introduca noi ignoranti ai misteri della forgia, un funzionario della P.A. che ci racconti la burocrazia dal di dentro...
Insomma, la vita non si ridurrà mica solo a politica e a sentimenti pseudopoetici, no?
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giovedì, 10 agosto 2006
E conversione fu
La legge di conversione del D.L. Bersani è stata approvata alla Camera.
E, più o meno, hanno messo quasi tutto a posto.

1. Viene consentito pattuire compensi al di sotto del minimo.

La disciplina, così, diventa uguale a quella dei commercialisti. Non moriremo per questo. Anche perché, in forza del novellato art.2233 c.c.  u.c.  per poter pattuire il compenso al di sotto della tariffa serve un contratto scritto: sicchè, ci saranno certo un po' di salumai che offriranno cause a prezzi preconfezionati, ma nella stragrande maggioranza dei casi sarà necessaria, come è sempre stato, l'integrazione regolmentare della volontà contrattuale. Tradotto: uno mi viene in studio, gli seguo una pratica. Non si parla di soldi. Alla fine, alla domanda "Scusi, quanto le debbo?" la risposta non potrà che essere "Quanto previsto dal tariffario". E, a dirla tutta, nessuno mi fa divieto di pattuire per iscritto che il mio compenso sarà quello previsto dal tariffario forense.
L'unica cosa che veramente salta è la possibilità di sottoporre a procedimento disciplinare un collega che abbia accettato compensi inferiori al minimo. Non ho fatto ricerche, ma credo che negli ultimi 50 anni il numero dei procedimenti disciplinari sull'argomento si possano contare sulle dita di una mano. Dicono che alcuni ordini siano molto severi sulla faccenda del minimo (p.es. ho sentito che l'ordine degli ingegneri sguazzi su questo, ma sono solo chiacchere da bar, di cui non ho alcun riscontro concreto): ma l'ordine degli avvocati, al di là delle grandi dichiarazioni di principio, non ha mai pestato di brutto su 'sta faccenda. Insomma, cambia assai poco.

2. Il tariffario rimane il criterio di liquidazione delle spese di soccombenza.
Il che, oltre a non ridurre alla fame i colleghi che fanno difese d'ufficio (colleghi che, comunque, hanno già una silouette invidiabile e non soffrono certo di problemi di colesterolo), determinerà comunque un prezzo medio di mercato della cause: se alla fine del processo il giudice, per quel tipo di cause, liquida tot, mediamente gli avvocati chiederanno quel tot.

3. Il patto di quota lite.
Viene, invece, abrogato l'ultimo comma dell'art.2233 c.c. che vietava espressamente il patto di quota lite. Ma attenzione: non viene detto che il patto di quota lite sia lecito sotto ogni profilo.
Il vecchio testo del 2233 u.c. sanciva la nullità dei patti aventi ad oggetto i beni che formavano oggetto della controversia affidata all'avvocato.
P.es. se si discuteva della proprietà di 10 campi era fatto divieto di pattuire il compenso dicendo "Se vinciamo, mi darai tre campi".
Adesso questo patto non è più nullo.
MA.....
1. Non è stato tocccato l'art.1261 c.c. che fa divieto di cedere i crediti litigiosi.
Il che significa che, se invece di discutere di campi, si discute di crediti (e normalmente di discute di crediti), il patto è comunque nullo.
2. Il Decreto Bersani impone di consentire di "parametrare" il compenso al risultato. Questo non significa che l'ordine non possa deprecare, siccome deontologicamente scorretto, il farsi pagare a percentuale.
Come avevo detto in un post precedente, nei criteri di  liquidazione dei compensi esiste già la possibilità dei tener conto "del risultato del giudizio e dei vantaggi, anche non patrimoniali, conseguiti" (art.5 c.3, DM 8.4.2005 n.127).
Sicché, a voler essere pignoli, il Decreto Bersani non aggiunge nulla a quanto già esiste.
A questo punto i problemi della
1. Dignità professionale e
2. Indipendenza dell'avvocato
si (ri)propongono intensamente.
E' decoroso che un avvocato lavori per "spartirsi il bottino" con il cliente? No, non è ovviamente decoroso che gli avvocati issino sull'alberetto di maestra il Jolly Roger.
L'associazione piratesca, poi, garantisce l'indipendenza dell'avvocato? No, come insegna il famoso precedente del capitano Kidd (ah, non era un avvocato? Vabbé,  Bersani vorrebbe equipararli...)
E, infine,  c'é il probema fondamentale della attuazione dei diritti.
Un passo indietro. Perché il giudice deve condannare la parte che perde a pagare le spese dell'altra parte? Perché, se così non fosse, il diritto del vincitore non sarebbe mai realizzato compiutamente. Esempio. Io ho diritto a ricevere € 100 dal sig. Rossi. Se i costi per ottenere quello che mi spetta restassero in capo a me, il mio diritto non sarebbe mai attuato, ma sarebbe attuato meno i costi. In pratica, 100 - le spese, supponiamo 10. Totale, lo Stato garantirebbe il rispetto dei diritti al 90% (circa). Con vostro permesso, uno Stato che abdichi, anche solo in parte, alla funzione giurisdizionale non ha diritto di esistere e diventa solo una banda di predoni fiscali.
E allora, se la mentalità è quella dello spartirsi il bottino, nessuno potrà più contare sul fatto che il suo diritto (e cioé, come si impara a Istituzioni di diritto privato, la pretesa a realizzare un proprio interesse tutelata dallo Stato) sarà veramente realizzato.





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lunedì, 07 agosto 2006
Avvocati e commercialisti
Uno dei cavalli di battaglia dei vari sostenitori della presunta necessità di riformare la professione forense è l'argomento secondo cui gli avvocati si dovrebbero attrezzare (non solo materialmente, ma anche mentalmente) per offrire "servizi legali", vaga espressione che  par di capire voglia dire "consulenza".
Dicono, insomma, i modernizzatori che gli avvocati non dovrebbero pensare solo ad andare in Tribunale, ma dovrebbero fare un sacco di altre cose e che, insomma, andare in Tribunale dovrebnbe essere solo una delle preoccupazioni dell'avvocato moderno.
Ma in Italia c'é davvero un vuoto nella consulenza stragiudiziale? No, quel settore è sostanzialmente coperto dai commercialisti.
Se un imprenditore è minimamente avveduto, prima di assumere una qualche decisione si consulta con il suo commercialista. E, similmente, buona parte dei privati se debbono stipular un qualche contratto (es. classico, affittare un appartamento) ne parlano con il commercialista.
Ora, come tutti gli avvocati, anch'io ho un po' il vizio di guardare i commercialisti con aria di sufficienza: effettivamente, spesso vedono solo l'aspetto tributario dei problemi e le soluzioni che offrono non sono sempre giuridicamente le più raffinate.
Però, non posso non riconoscere che i commercialisti si fanno carico di risolvere problemi che noi avvocati rigettiamo con noncuranza a cominciare dalle questioni tributarie che, alla fine, sono la prima preoccupazione legale in pressoché ogni operazione economica. E va anche detto che spesso noi avvocati tanto schizzinosi non riusciamo a trovare le soluzioni che i commercialisti riescono ad inventarsi.
La ripartizione delle competenze ricorda molto da vicino quella inglese tra solicitor e barrister: il solicitor è genericamente un consulente giuridico (che svolge anche funzioni notarili), redige contratti, cura pratiche successorie, spesso viene incaricato di compiere gestioni patrimoniali varie e ha una capacità di patrocinio estremamente limitata; il barrister, invece, è colui che, con toga e parrucca, arringa in tribunale (anzi alla sbarra, the bar da cui il nome "barrister").
Il commercialista italiano assomiglia molto al solicitor, seppur con competenze tradizionalmente di gran lunga maggiori in materie squisitamente contabili e competenze, invece, nulle in materia notarile o paranotarile. E' curioso notare come anche i nostri commercialisti abbiano una modesta capacità di patrocinio: possono infatti difendere i loro clienti avanti alle commissioni tributarie.
L'avvocato italiano, invece, assomiglia moltissimo al barrister.
Par di essere alle solite: siccome in Italia una certa cosa ha un nome diverso da quello usato all'estero allora non esiste e si grida che bisogna fare una riforma per creare quello che c'é già.







postato da: etienne64 alle ore 16:25 | Permalink | commenti (3)
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